Pietro Ghizzardi 1906 – 1986

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Pietro Ghizzardi 1906 – 1986 2017-09-12T10:45:08+00:00

Anch’io mi richordo anchora………

In una stanza nella vecchia casa sotto l’argine del Po, nella penombra, un uomo allampanato, dalla figura asciutta, assorto nei suoi pensieri, immerge il pennello in un liquido nero di fuliggine per poi costruire le sue sagome, i suoi personaggi, le sue donne, i suoi animali. All’inizio sono grovigli di linee, tracciate con sicurezza, come guidate da un istinto che suggerisce le forme, nel riscontro tra una visione interiore ed un sotterraneo sentimento esistenziale.

Saluta appena col suo sorriso aperto e gioviale, coi pochi denti radi, per poi subito riconcentrarsi sul suo lavoro, ove il soggetto, rivissuto nella memoria, acquisisce le cadenze di un archetipo potente e ancestrale. Ultimata la composizione, eccolo raccontare di come grandi serpenti si nascondano sotto le mura di Sabbioneta, profondamente convinto, da cantastorie e affabulatore, di queste sue fantasie cariche di meraviglioso. Quando Ghizzardi raffigura, scava nel proprio animo dove proietta sé stesso, più che guardare all’esterno; e la penombra della sua stanza decrepita, lo isola dal mondo, lo aiuta nel rievocare quelle sue immagini, nel modellarle secondo rigorosi impulsi intimi che ne accentuano e ne liberano l’istinto, evocandone la carica simbolica.

L’attingere a questa “improvvisa profondità” secondo flussi e percorsi a noi ignoti, sta il fascino di una figurazione che definirei primaria, in cui anche le scritte si compongono come finalizzate ad un’unica espressività. Primaria dicevo, sarebbe a dire priva di sovrastrutture intellettuali, essendo che in lui l’esigenza “narrativa” nasce da una condizione di incomunicabilità con il mondo circostante e, tanto la tecnica, da lui stesso inventata, quanto gli stilemi, personalissimi, esprimono la forza dirompente di una vitale necessità di comunicazione.

L’esigenza e la ricerca di contatti con il mondo esterno urgono nell’animo di Ghizzardi . Le sue forme, soprattutto figurazioni ma anche scritte che le integrano, filtrate da una sensibilità primitiva e spontanea, traggono origine dalla forza evocativa, incantatoria di un linguaggio articolato e misterioso (ad un suo libro, Mi richordo anchora è stato conferito il Premio Viareggio). “ le sue evocazioni portano il segno di una interiore simbologia, di modelli che l’artista si è personalmente creati” , scrive Solmi (1970, Firenze, Galleria Inquadrature, catalogo mostra); modelli da lui elaborati e pienamente corrispondenti al suo mondo poetico. L’inconsueto uso della fuliggine raccolta dalla vecchia stufa, diluita con l’acqua, i frammenti di mattone tritato , la miscela di erbe intrisa di acqua o di vino ed altre estemporanee misture, stese prevalentemente col pennello, manipolate da questo straordinario personaggio, autodidatta ed istintivo, danno luogo ad una diretta, suggestiva corrispondenza tra la “materia” povera utilizzata, nata direttamente dalla terra, priva di modificazioni, ed il suo universo interiore.

Affascinato sin da ragazzo da artigiani e decoratori, praticanti della figurazione, inizia a disegnare sagome di donne e personaggi famosi su cartoni che appende sotto i porticati dei casolari. E così, gradualmente, affina i suoi personalissimi moduli espressivi.

Dagli anni Cinquanta i sogni e le visioni di questo cantore della sua terra nelle contraddizioni tormentate di una sofferta interiorità , acquisiscono forme e cadenze espressive di forte rilievo. Ora è la figura umana a prevalere quale soggetto, affiancata spesso da scritte che graficamente completano la composizione. I supporti sono fogli sottili di carta bianca, spesso utilizzati su entrambe le facce, dove il ricordo vago di un’immagine o di una fotografia viene interpretato nei grovigli tormentati di linee scandite con forte vigore da campiture di bruni e chiari laceranti. Gli alti esiti formali stupiscono per la profonda verità degli accenti, i cui valori si apprezzano anche con i criteri estetici oggi codificati.

La galleria dei suoi protagonisti, popolata di santi , celebrità e umili lavoratori, trae origine, sul filo del ricordo di una memoria antica, da immagini ancestrali dove il mito si intreccia con il quotidiano. Ed ecco Napoleone (Fig….), accanto al ritratto del padre. Il condottiero irrompe monumentale, potente ed epico, connubio mirabile di eleganza formale e drammaticità espressiva. Si percepisce nell’opera una sorta di simbologia interiore che trova riscontro nell’animo dell’Artista e si sviluppa secondo un’inimitabile conduzione per raggiungere infine esiti di assoluto rilievo anche stilistico. Le diagonali di fuliggine, ustioni laceranti, intrecciandosi con linee e campiture, scandiscono i piani modellando i volumi con rigore che trae linfa creativa dalla deformazione brutale. Diversa è la resa del volto in Il padre del pittore (Fig…), la cui espressività è ottenuta con impianto frontale, tutto giocato sul filo dell’archetipo che egli ha impresso nella memoria. La profondità di quello sguardo ottenuto nel contrasto dei neri con i chiari del fondo, è fulcro di un brano di pittura la cui intensità lascia sbigottiti.

Dopo poco, già nel 1956, Ghizzardi inizia ad utilizzare quale supporto cartoni grigi per l’ imballaggio dei chiodi, accuratamente stesi. E’ soprattutto da questo tempo in poi, che egli è particolarmente attratto dalla raffigurazione della donna, di frequente componendo le figure dipinte, con suggestivi collages ; talvolta è ritagliata la sola fotografia del viso sui corpi disegnati di protagoniste della cronaca e note attrici dello spettacolo.

All’ombra della madre possessiva che ne condiziona comportamenti e sentimenti, il corpo femminile è introiettato nell’animo dell’Artista, ne smuove le pieghe psicologiche. Miscela di sentimenti contrastanti si intrecciano tra amore e odio, desiderio e repulsione. Contesse e maestre, attrici, prostitute e contadine compongono un universo di presenze sognate e desiderate, a volte irraggiungibili, la donna intesa come sentimento primitivo e mitico quale “ simbolo globale della fecondità terrestre “ (1975, De Micheli, p. 12). I grandi seni incombenti, la prorompente sensualità, ora aggressiva e animalesca, ora più docile e familiare, creano un campionario articolato, complesso. Talvolta il corpo femminile viene deformato dall’accanimento per un rifiuto, donne-tigri dall’eros misterioso ed inquietante, altre volte femmine intrise di poesia.

Donne che respingono irate, fumano, ghignano, dai capelli neri come la pece e occhi fiammeggianti, intensi, delineati dalla fuliggine, primitive e contadine, ma imponenti e statuarie come dee dell’antichità, dai seni enormi, eccessivi. Guardano chi le osserva in modo sfacciato e fiero, contorte nella posa, profondamente drammatiche nella ripetizione ossessiva del soggetto.

Donne-icona come dive di altri tempi, donne come attrici irraggiungibili, ora bellissime e sanguigne, ora deformi e grottesche, trasformate e trasfigurate mentre portano alla luce i loro sentimenti repressi, che si ergono animalesche con le caratteristiche sessuali esagerate, assumendo quasi un’aura di sacralità, ironiche e sensuali, di una sensualità terrena, come trasfigurata.

Le donne di Ghizzardi sono archetipi, non hanno la compostezza classica nel corpo e nei lineamenti, sono psicologicamente ripugnanti , mostrano la loro carica di sensualità con la postura, con l’espressione e coi grandi seni, archetipo del “materno”, che suscitano turbamento nel pittore ma anche una sorta di rispettosa adorazione. Il piacere sensuale si eleva a dramma esistenziale, mentre l’artista mette a fuoco i suoi demoni interiori.

Tale rappresentazione della donna non fa di lui un artista misogino quale potrebbe sembrare o come taluni lo hanno definito; in realtà egli esprime un personale concetto di “bellezza”. Il suo espressionismo non ha l’angoscia degli “espressionisti” e nemmeno la loro carica eversiva e culturale poiché in lui ogni sentimento è spontaneo ,“romantico”, decisamente autentico.

Ghizzardi dipinge come se la dinamicità dell’atto derivasse da un istinto naturale e spontaneo, espressione della sua interiorità, un modo per rapportarsi agli altri. Si accosta alla tematica femminile con una gestualità che potrebbe ricordare le allucinate Women di Willem De Kooning, uno dei grandi esponenti dell’espressionismo astratto, seguendo questi tuttavia un percorso intellettuale nell’impetuosità convulsa della pennellata, nella pittura vigorosa ed energica , controllata razionalmente dalla mente. De Kooning utilizza un cromatismo esasperato per descrivere il suo archetipo femminile, che egli rende deformato e come scosso da allucinazioni, riallacciandosi ad un retaggio nordeuropeo, brutale ma nel contempo emblema della nuova aggressiva realtà nordamericana, cercando un’astrazione dalla realtà contingente; nella figurazione di Ghizzardi piuttosto c’è un realismo terragno, che si stempera nel lirismo del bianco e nero, con il nero del carbone che diviene colore dominante nell’ essenzialità del tratto. Un segno nero di contorno incide la carne rendendola, come è stato scritto, “massa sofferente”. Una raffigurazione sintetica e potente deforma in modo impietoso le figure vivisezionandole in ogni particolare, talvolta imbruttendole come disumanizzandole.

L’opera di Ghizzardi si potrebbe ricollegare alla poetica ed alla produzione di Jean Dubuffet, sebbene in quest’ultimo si notino accenti ironici, quasi grotteschi che mancano nella forte drammaticità del nostro artista. Nel 1945 Dubuffet crea il termine “art brut”, sostanzialmente per indicare autori autodidatti e in un certo senso marginali e outsiders, irregolari rispetto al quadro istituzionale, che hanno una produzione cresciuta fuori dalle accademie e nell’isolamento sociale, riuscendo ad unirli all’interno di uno stesso genere. L’arte degli outsiders è ancorata in profondità agli umori e alle storie degli artisti stessi, vissute con dolore o dramma.

Dubuffet riproduce con materia primordiale il disegno infantile, mettendo in pratica anche sperimentazioni con la grafia dei malati di mente, prendendo spunto da un quotidiano spontaneo e popolare. L’art brut di Dubuffet porta comunque alla dissacrazione intelligente e all’esercizio intellettuale, attraverso meditazioni poetiche riferite all’uomo moderno, e ad un approccio filosofico e ideologico. La figurazione di Ghizzardi, non ha nulla di dissacrante e filosofico descrivendo la sua realtà oggettiva e grezza, tra memorie e ricordi; egli non applica un controllo sul suo gesto ma lo lascia fluire spontaneamente e liberamente.

Remoto memorialista, questo grande primitivo ci risveglia dal nostro mondo di convenzioni, riorientandoci ad ascoltare le voci della terra a cui siamo disabituati. La sua atavica tendenza a raffigurare, per una personale pulsione emotiva, come per incanto ci pone innanzi ora il ghigno-sorriso della Bella modella (Tav…), mirabilmente scorciata e ruotata sul busto, o ancora, il braccio alzato, suggestivo pretesto stilistico della Modella con braccio alzato (Tav…), o è un volto scorciato che si fa ammirare in Busto di donna con testa scorciata ( Tav….). A volte la donna è colta nel pieno della propria aggressività, come ne La donna tigre (Tav…).

Anche il corpo è fonte di ispirazione : le membra sono raffigurate di frequente con disegno analogo nelle due facce del cartone, quasi a voler rendere la tridimensionalità del soggetto.

Un lucido rigore guida la mano dell’artista sul filo di una memoria antica che evoca l’incanto dei personaggi inseguendo le forze e i demoni di quel suo mondo originario.

Andrea Baboni

Le mostre di Ghizzardi

1970, Pietro Ghizzardi, Firenze, Galleria Inquadrature

2014, Women, Sospiro (CR), Villa Cattaneo