Alberto Pasini 1826 – 1899

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Alberto Pasini 1826 – 1899 2017-09-12T10:43:48+00:00

Alberto Pasini (Busseto 1829 – Cavoretto 1899)

Alberto Pasini nasce a Busseto (PR) nel 1826. Iscrittosi all’Accademia di Belle Arti di Parma ha come maestro Girolamo Magnani, per la pittura. Nel 1851 si reca a Parigi dove, alla scuola dei pittori di Barbizon, si dedica alla pittura di paesaggio. Nel 1855, per interessamento del pittore Théodore Chassériau è aggregato ad una missione diplomatica diretta in Persia. Da qui la svolta nella sua vita. In questo primo e in successivi viaggi in vari paesi affacciati sul Mediterraneo, rimane conquistato dall’Oriente traendone spunti in disegni che poi svilupperà in numerosi dipinti.
A Parigi dove si stabilisce espone ai numerosi Salon ottenendo prestigiosi premi. Lo Scià di Persia e il Sultano di Costantinopoli gli commissioneranno varie opere e i collezionisti si contenderanno i suoi piacevolissimi dipinti.
Dal 1871 si ritira a Cavoretto, nelle colline piemontesi, non rinunciando tuttavia a continuare a viaggiare a Parigi e Venezia, città che verrà spesso ritratta nei suoi dipinti..
Muore a Cavoretto nel 1899.
E’ da considerarsi uno dei più notevoli orientalisti a livello europeo.

L’evoluzione stilistica nel rapporto costante col vero.

Saldezza di ritmo compositivo nei tagli impaginativi più varî, rigorosa struttura disegnativa, vivissimo gusto per una materia pittorica ricca e scintillante nell’ampia varietà del tocco-ora steso per morbidi impasti, ora scattante e plastico, grasso qua e là negli spessori di spatola, sontuoso di smalti nelle succose, libere e sciolte vibrazioni coloristiche – caratterizzano stilisticamente l’esperienza figurativa di Alberto Pasini, che si dispiega compiutamente nelle tematiche orientaliste. L’epica delle carovane rese nelle suggestioni del paesaggio persiano od egizio, i sontuosi arabeschi di bazar e moschee a Costantinopoli, il brulicare vivace di figure tra mercati e cortili risultano tuttavia filtrati tramite un processo espressivo improntato dal sistematico e costante rapportarsi al vero.

Quei mondi remoti che tanto affascinavano la cultura borghese dell’epoca nell’Europa delle guerre coloniali, talvolta resi dall’Artista sul motivo, durante i lunghi viaggi in Oriente, talaltra replicati o composti sulla traccia di appunti e ricordi, ci vengono restituiti privi di retorica a documentare luoghi precisi, ambienti e scene di vita, in un meticoloso scrupolo di veridicità ottenuto nella sfida con la memoria. I modi di Pasini non subiscono sbalzi stilistici; incredibilmente non si differenziano, non si notano cedimenti tra i soggetti colti sul vero e quelli interpretati nel ricordo, nel comune denominatore di una rappresentazione realistica e descrittiva degli ambienti. I suoi sentieri e viottoli, muri ed architetture, animali e persone, mostrano i segni del tempo e della vita, della polvere e della fatica quotidiana in una sorta di reportage che prescinde tanto da facili effetti quanto da sottili sollecitazioni letterarie. L’Oriente di Pasini non è l’Oriente di Délacroix, Fromentin, Gerôme, ove schiavi ed odalische, guerrieri e sultani assurgono a protagonisti di un immaginario modellato dalla fantasia e da suggestioni letterarie ; la figura in Pasini – fatte salve rare eccezioni quali ad esempio, Cavaliere che parte per la caccia e Falconieri persiani (tavv. ), datati 1865, in cui essa è unica ed assoluta protagonista della scena – è colta quale elemento vivo di un insieme, complementare all’ambiente, tutt’uno con esso ma parte di esso, di cui sigla la dimensione narrativa, pittorica, non psicologica, nè tantomeno legata ad un genere pittoresco di maniera.

E’ da dire che quella profonda vocazione per la rappresentazione del reale, in particolare del paesaggio inteso con precisione toponomastica, nella resa dell’ora e della luce, pur già evidente nelle composizioni orientaliste, impronta tutto l’ampio arco di produzione dell’Artista, facendosi addirittura motivo dominante, piena sostanza figurativa, in passaggi fondamentali di un complesso percorso stilistico che avrà coerente sviluppo in senso naturalistico.

Sin dagli inizi la sensibilità di Pasini appare stimolata dal vero di natura. Le Trenta vedute di castelli del Piacentino, in Lunigiana e nel Parmigiano, serie di litografie composte per la Tipografia Zucchi di Parma tra il 1850 ed il 1851, riassuntive di una serie di esperienze tecniche iniziali tra incisione e pittura, denotano un già deciso senso del paesaggio in quelle architetture mai incombenti, sempre inserite nell’ambiente circostante generalmente animato da figurine. In questi fogli il sottile uso del chiaroscuro rende una diffusa e già personale luminosità che modella con finezza le forme di una natura sicura protagonista.

Le contemporanee esercitazioni all’acquerello od all’olio denotano, pur ancora vagamente influenzate dalla lezione accademica e scenografica, spiccata predilezione per le tematiche paesaggistiche rese in una tecnica accurata, dal minuto dettaglio, in cui prevale il meticoloso disegno in stesure pittoriche diluite negli impasti.

Immediatamente dopo, in Francia, dal 1852 in avanti, si dispiega pienamente nella pittura di Pasini, a contatto con la “Scuola di Barbizon” dei Rousseau, Daubigny, Dupré, Corot, il profondo senso della natura e del vero. Ricorderà in seguito l’Artista allo scrittore Cartotti :” poco per volta, non preoccupandomi della tecnica degli altri e cercando unicamente di rendere il vero colla maggior sincerità e col maggior rispetto, cominciai lentamente ad acquistar qualche robustezza di impasto, migliori effetti di luce e d’ombra e più vigorosa intonazione ed armonia di colore : e se vi pervenni, fu soltanto perchè sentivo luce e colore dinanzi al vero e non pensavo al modo con cui gli artisti del tempo mio li rendevano sulle loro tele.”1 In questi primi anni “francesi”, soggetti preferiti da Pasini sono profondi paesaggi dai cieli alti e luminosi, nel più pieno senso della natura colta con nuova e forte ricerca luministica ; i temporali e le albe, i tramonti ed i riflessi tra alberi ed acque, accentuano effetti di masse in una nuova sintesi del vero che trascura i minuti particolari nel rendere la vastità dei luoghi con nuovi effetti coloristici giocati sui bruni e sulle terre. La pennellata diviene grassa e spessa, particolarmente nelle tonalità chiare, sciolta e libera negli appoggi.

Ad un’osservazione attenta, tale produzione di Pasini degli anni tra il 1852 ed il 1855 – data del primo viaggio in Oriente – offre un sostanzioso, misconosciuto contributo alle nuove ricerche sul vero che anche da noi, tra mille difficoltà si stavano diffondendo e che di lì a poco avrebbero dato luogo alla rivoluzione della “macchia”. Non considerato dalla critica e poco apprezzato dal collezionismo, questo periodo cosiddetto “di Fontainebleau”, acquista particolare significato e va letto quale cerniera di collegamento tra il grande rinnovamento della pittura europea di paesaggio operato dalla “Scuola di Barbizon”, e le innovazioni dei Macchiaioli, nella linea complessa di quell’intenso naturalismo, ancora da approfondire criticamente, che caratterizza l’arte emiliana dei Fontanesi, Lega, Bruzzi, Luigi Bertelli ed anche di Giulio e Guido Carmignani ( su quest’ultimo Pasini ebbe una decisa influenza). E’ infatti opportuno ricordare come l’origine di quel gran confluire di idee e di avvenimenti artistici a Firenze nel 1856, che produssero le innovazioni della “macchia”, risalga alle nuove teorie sull’arte che Morelli, Serafino De Tivoli ed Altamura introdussero in Firenze di ritorno dall’Esposizione Universale di Parigi del 1855, nell’ammirazione per il rinnovato senso della natura e le nuove tecniche espressi dagli artisti di Barbizon. Le decise analogie stilistiche tra la produzione “francese” di Pasini e le nuove ricerche di paesaggio, risultano con evidenza dall’attribuzione data da critici e collezionisti, quali Somaré e Checcucci 2, al dipinto L’Arno in fondo alle Cascine, assegnato all’innovatore De Tivoli, ma che, come osserva a mio avviso giustamente M. Bernardi 3 e riprende V. Botteri Cardoso 4 , potrebbe essere opera di Pasini, sia per i caratteri stilistici quanto per l’immagine, che coincide, eccetto alcuni particolari, con Alaggio sulla Senna del nostro Artista.

Dal 1855 hanno inizio i viaggi di Pasini in Oriente, dapprima in Egitto, Persia, Palestina, Siria, in seguito a Costantinopoli. La sua tavolozza, lasciate le umide e brune atmosfere della Senna, si immerge nella luce e nel colore. Le segrete bellezze delle architetture, il brulicare vivo della gente, i portali maestosi delle moschee, i bazar cangianti di colori, gli interni misteriosi, le carovane nel deserto, ci vengono restituiti in palpitanti impressioni.

Lungo lo scorcio di questi anni Cinquanta, la pennellata si fa forte e plastica nei primi piani, indurita nella scansione di violenti passaggi luministici, sulla traccia di un disegno ancora rigido nelle figure, più affinata nella resa atmosferica dei profondi orizzonti. L’Artista ora, senza trascurare il paesaggio che sin dagli inizi ha occupato pienamente la sua ispirazione, rivolge l’attenzione anche all’uomo ed agli animali quali presenze vive in scene d’ambiente che di frequente si svolgono tra le architetture delle città. Nel breve volgere degli anni, quella sua maestria nel disegno, affinata nel lungo impegno sulla litografia, lo porta, anche nella figura, ad una fattura franca, spigliata, dal tocco sciolto. I suoi disegni a matita, a carbone, talvolta all’acquerello, serrati ed esatti nella sapiente padronanza della mano, furono tirocinio indispensabile, così come i bozzetti sempre colti sul vero, con rapidità straordinaria nel rubare l’attimo fuggente al palpitare della luce e dei riflessi :”i bozzetti […..] mi basta averli sott’occhio, mi conservano l’impressione del colore, ma nel far i quadri mi valgo di più della mia impressione interna – ciò che mi serve invece proprio materialmente è il disegno di paesaggio, di figure, ecc.” ebbe a riferire Pasini.

Ed ecco dagli anni Sessanta, delinearsi le tipiche, suggestive inquadrature di bazar e moschee, cortili e fontane, dalla salda impaginazione nella pennellata spigliata e guizzante, preziose nei particolari quanto equilibrate nell’insieme ; ed ancora, quei superbi paesaggi dell’Anatolia o della Persia, chiusi dall’azzurro terso del cielo, spazi immensi di grigi, ocra e bruni su cui talvolta incombono grandiosi sistemi di nubi, attraversati da carovane dove invece tutto è colore, in un brillare di rossi, gialli e verdi.

Tra il 1870 ed il 1880, i modi di Pasini si affinano in trasparenze, freschezza di appoggi e nuove suggestioni coloristiche ; la resa della figura si fa più complessa ed articolata, nella ricerca del dettaglio, le architetture più esatte e calibrate, squadrate a matita sui grossi spessori di spatola dagli smalti sontuosi, sapientemente contenuti dalla finezza del disegno. Ora il suo stile è assolutamente personale ed inconfondibile.

Nell’ultimo scorcio della sua produzione la destrezza di mano ed il grande mestiere sembrano a volte avere il sopravvento in opere che sostanzialmente conservano un’invidiabile omogeneità stilistica. Comune denominatore nell’opera dell’Artista, sua sostanza poetica che affiora costante, è il profondo senso del vero, sia nelle scene d’Oriente, tanto nella resa dell’ambiente che negli scorci delle architetture, sia anche in quei “momenti” più specificamente paesaggistici, spesso privi di ogni traccia dell’uomo, che si identificano con i viaggi a Venezia od in Spagna, a Cannes od a Cavoretto.

Ma il complesso talento dell’Artista, come detto, sa rinnovarsi anche nell’approccio a nuove tematiche che non siano quelle orientaliste. Ed eccolo cogliere con coerente rigore stilistico, senza stacchi, le soffuse e velate malinconie di una Venezia silente dalle luci di perla, od in Cavoretto (tav. ), capolavoro conservato alla Galleria d’Arte Moderna di Torino, strutturare la tela sul calibrato gioco di luci e di toni, nel mirabile equilibrio di una resa atmosferica, il cui rigore compositivo è degno della più felice pittura toscana coeva. Ecco ancora gli spazi dell’Alhambra,suggestivi e smaltati, i paesaggi di Spagna, della valle d’Aosta o della Liguria, profondi e luminosi, talvolta scorciati sulle architetture.

Pur mirabile interprete delle luci e dei colori d’Oriente, Pasini si pone dunque quale innovatore della visione figurativa tradizionale, nella coerenza di uno sviluppo in senso naturalistico che coniuga in unità di stile le più diverse esperienze. Il suo colloquio con la realtà, improntato dall’amore di narrazione, dalla cura al “soggetto”, è sostanziato da emozioni intense e liriche che segnano tutto l’arco di una produzione le cui origini hanno radici a Parma, sviluppo nel contatto con la pittura francese, per poi assestarsi su declinazioni di influenza piemontese, esprimendo le istanze di una cultura figurativa di respiro internazionale ed europeo, profondamente innervata in quelle nuove ricerche sul vero sotto il cui segno si stava unificando l’Italia pittorica.

Andrea Baboni