Stefano Bruzzi 1835 – 1911

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Stefano Bruzzi 1835 – 1911 2017-09-12T10:44:01+00:00

Stefano Bruzzi (Piacenza 1835 – 1911)

Stefano Bruzzi nasce a Piacenza il I maggio del 1835, nell’abitazione al numero 37 dell’allora via del Teatro (odierna via Verdi), da Pietro, consigliere di Corte d’Appello, e da Anna Pistoni. Durante gli studi umanistici viene iniziato al disegno da Bernardino Massari (1827-1913), per poi ricevere gli insegnamenti di Lorenzo Toncini (1802-1884) presso l’Istituto Gazzola di Piacenza. Pur essendo la sua prima formazione legata ad un pittore d’ispirazione romantica, autore di scene a carattere storico e religioso, il giovane si accosta al genere della caricatura sulla scia delle pubblicazioni locali di Giuseppe Salvatico, dando vita, come riportato dall’amico Luigi Bertola, a una profusione di studi e bozzetti – quasi interamente perduti – raffiguranti “gustose macchiette.. su qualsiasi pezzo di carta che gli cadesse sotto le mani” , che mostrano una notevole e precoce attitudine al disegno e una notevole capacità di indagare il vero.
Anche il fratello maggiore Giuseppe, studente in legge, è pittore,morto prematuramente nel 1850, all’età di soli vent’anni.
Trasferitosi a Roma nel 1854 per approfondire la sua formazione artistica, vi resterà sino al 1858, in contatto dapprima con Alessandro Castelli, artista di chiara fama, dalle notevoli doti grafiche e valente pittore di paesaggi d’intonazione romantica, grazie al quale il giovane piacentino consolida la predisposizione ad un disegno deciso e privo di insicurezze.
Determinante e formativo è anche il contatto con i giovani artisti dell’ambiente romano e l’approfondito studio della figura umana, a cui attende esercitandosi in rapidi bozzetti, scene di genere e raffigurazioni in costume. Il periodo romano si pone come fondamentale esordio di una ricerca già tesa alla resa pittorica del vero, e segna il definitivo accantonamento della “pittura di storia” praticata dal suo primo maestro, oltre che di quel fare pittorico accademico – di cui in parte risentono i primi studi – dal quale ancora molti artisti contemporanei faticavano a svincolarsi. Il già elevato livello delle prove iniziali di Bruzzi e le intenzioni che sottenderanno, nell’arco di tutta la vicenda artistica, la sua ricerca, sono testimoniate in questa fase anche da due rari acquerelli , Le mie borse da viaggio (1855) e Ritorno con la legna (1855-1858); elevando vegetazione, animali ed umili cose a soggetti artistici egli è idealmente vicino alle esperienze innovative in atto nel meridione con Filippo Palizzi. Fondamentale in questi anni risulta essere l’amicizia con Giovanni Costa (Nino) (1826-1903), il compagno con cui percorre la Campagna Romana traendo ispirazione dai paesaggi di Albano, Ariccia, del Lago di Nemi, di Nettuno. Sarà proprio il pittore romano, raffinato paesaggista, a favorire il contatto dell’amico piacentino con le esperienze artistiche più innovative e a presentarlo allo svizzero Arnold Böcklin, con cui rimarrà in contatto anche negli anni seguenti.
Nel 1859 il periodo formativo è ormai concluso e il pittore, poco più che ventenne, si reca a Torino per partecipare da volontario alla guerra ed essere parte attiva degli eventi che stavano portando alla costituzione del Regno; del resto lo stesso Nino Costa, amico degli anni romani, combatte a fianco di Garibaldi ed è strenuo sostenitore dell’Unità nazionale. L’arruolamento gli viene rifiutato a causa di una vena varicosa ad una gamba, ma ormai si trova in pericolo per aver palesato di essere antiaustriaco, tanto da dover lasciare Piacenza insieme agli amici Giuseppe Massari e Giovanni Coppellotti e nascondersi sull’Appennino, nella casa di famiglia a Roncolo di Groppallo, da cui si allontanerà una volta smobilitati gli occupanti dalla città.
Dopo il matrimonio con la cugina Maria Rosa Uttini, celebrato il 2 agosto 1860, si trasferisce presso il padre, allora Presidente della Corte d’Appello di Bologna; sempre con il padre è a Milano nel 1862, quando muore tragicamente anche un altro fratello, Luigi, durante una battuta di caccia.
Dal 1861 inizia ad esporre alla Società Promotrice delle Belle Arti di Torino con certa sistematicità; qualche anno dopo è presente in altre importanti esposizioni d’arte quali Brera a Milano, quindi presso la Società d’Incoraggiamento delle Belle Arti di Firenze e , più avanti negli anni, alla Mostra di Belle Arti di Parma, a Napoli ed in altre città.
I collezionisti mostrano apprezzamento per le sue opere che, nei primi anni Sessanta, egli invia a Firenze dove ha senza dubbio contatti con i fermenti innovatori dell’ambiente toscano, come dimostra la sua produzione di questi anni, tra cui il capolavoro “Mietitura a Le Perteghette”.
Lo ritroviamo nei periodi estivi a Roncolo, da cui mantiene anche i contatti con la città natale dove è presente nel 1868 ad un’esposizione a Palazzo Mandelli con il dipinto Aratro.
Anche la critica è attenta alla produzione del piacentino, in particolare quella legata all’ambiente culturale dei Macchiaioli toscani cui Bruzzi è accomunato da una vicinanza poetica e stilistica: non a caso nel 1867 è Diego Martelli, punto di riferimento culturale per il gruppo di pittori del Caffè Michelangiolo, a commentare sul “Gazzettino delle Arti del Disegno” (fondato lo stesso anno in collaborazione, tra gli altri, con Adriano Cecioni e Telemaco Signorini), il dipinto Burrone.
È proprio in questi anni compresi tra il 1865 e il ritorno a Piacenza del 1870 che Bruzzi raggiunge la felice unità stilistica che nell’arco della sua produzione gli farà esprimere, attraverso la resa dei temi agresti a lui cari, l’alto valore poetico ed etico che egli attribuisce a quel suo mondo rurale, soffermandosi sovente su episodi e personaggi – lo spaccalegna, i mulattieri, il tragitto di contadini e buoi di ritorno dal mercato – solo in apparenza prosaici; ugualmente è attratto dal paesaggio innevato, da cui trae ispirazione per liriche rappresentazioni.
Sono questi gli anni di capolavori come Trebbiatura con i buoi (1865-1870), Ritorno dal Mercato (1865-1870), Passo difficile (1870); per meglio documentare la fortuna contemporanea dell’opera bruzziana, valga il fatto che il suggestivo dipinto Prime giornate di bel tempo, esposto nel 1872 presso la Società per le Belle Arti di Brera, fu estratto a sorte tra i soci.
Di lì a poco, nel 1875 si trasferirà a Firenze in uno studio di via Lungo Mugnone dove rimarrà per ben 20 anni, mentre in “patria” l’insigne Bernardino Pollinari lo indica, in una lettera pubblica a lui indirizzata, come l’artista piacentino più affermato.
Bruzzi lavora in contatto con Telemaco Signorini, Giovanni Fattori, ed altri “macchiaioli”, come documentano alcune fonti epistolari: da una lettera scritta nel 1877 da Giovanni Fattori a Diego Martelli si desume come avesse partecipato ad un viaggio a Napoli insieme al gruppo dei toscani, mentre sarà nel 1879 Francesco Gioli a scrivere al Martelli citando Bruzzi tra gli artisti attivi a Firenze. Nel 1881 poi Telemaco Signorini documenta, scrivendo a Vincenzo Cabianca da Bath, l’incresciosa truffa subita dal piacentino da parte di un mercante inglese che aveva acquistato sei quadri pagando solo un acconto. Lo stesso Signorini nel 1872 dedica al piacentino (di cui possedeva due studi, il Pastorello Seduto e Donna che lavora), il suo dipinto Inverno (Il lavandaio fuori Porta alla Croce). Ancora, nel 1884 il pittore Adriano Cecioni, nel profilo di Giovanni Costa redatto in occasione dell’Esposizione Generale Italiana di Torino, lo menziona tra gli artisti che, pur di diversa provenienza, si inserivano a pieno titolo nel gruppo degli artisti “toscani” innovatori.
Nel 1884 Bruzzi è presente a Torino con i dipinti Che c’è, Quiete, Studio dal vero e I primi a far la rotta, quest’ultimo acquistato dal Ministero della Pubblica Istruzione per essere esposto a documentare l’arte del piacentino alla Galleria d’Arte Moderna di Roma.
Dal 1885 al 1895 partecipa ogni anno alle edizioni annuali della Società d’Incoraggiamento delle Belle Arti di Firenze mentre si fa sempre più viva l’attenzione della critica, degli artisti contemporanei e delle riviste d’arte nazionali oltre che dei collezionisti italiani e stranieri, in particolare anglosassoni (come si evince dall’episodio riportato dal Signorini) e americani. Se nel 1893 è la rivista “Illustrazione Italiana” a presentare il dipinto La prima neve, l’anno seguente su “Natura ed Arte” Luigi Chirtani (pseudonimo di Luigi Archinti, pittore e novelliere oltre che celebre critico d’arte) commenta In Cammino (1880 circa) e Stagione Rigida (1885-1890).
Nel 1895 la richiesta dell’Istituto Gazzola di ricoprire la cattedra per l’insegnamento di Figura, oltre che i mutati equilibri familiari che, secondo la testimonianza del Bertola, vedono i due coniugi ormai quasi completamente soli, lo riportano a Piacenza. Dei sette figli ai quali, grazie al successo raggiunto il pittore aveva potuto assicurare un tenore di vita più che agiato, due delle femmine si erano sposate e vivevano a Parma, una era mancata a soli vent’anni d’età, mentre i tre figli maschi erano lontani per lavoro, cosicché con Bruzzi e la moglie restava solo la figlia minore. Di nuovo nella città natale il pittore succede il 19 febbraio del 1896, nella cattedra di figura, all’anziano Bernardino Pollinari che, pur lontanissimo da lui nello stile e nella poetica, ne aveva profonda stima. Nonostante la lunga permanenza in Toscana Bruzzi è noto e molto stimato a Piacenza, e con gli anni sarà considerato, come l’ha definito Ferdinando Arisi, genius loci, con i suoi dipinti più celebri ormai assurti a simbolo del territorio tanto da diventare soggetti per le cartoline Alinari e riprodotti dagli incisori Celestino Turletti (come il dipinto Le Regie Poste sull’Appennino, del 1893, poi donato ai componenti della Società delle Belle Arti di Firenze), Ernesto Mancastroppa (Stagione Rigida, 1894) e Alberto Maso Gilli.
D’altra parte egli non aveva mai reciso il legame, né con Piacenza né, in special modo, con i monti dell’Appennino , scenario in ogni sua opera, né tantomeno con la casa di Roncolo, dove talvolta ambienta scene di vita familiare, come nei deliziosi, piccoli dipinti Bimbi in casa Bruzzi a Roncolo (1875-1880) e La casa di Roncolo con le ragazze che fanno la calza (1880 circa) .
Se all’inizio della sua carriera di insegnante gli allievi sono soltanto due, Virgilio Fassi e Nazareno Sidoli, negli anni successivi il gruppo si farà più nutrito: nel 1902 frequentano, tra gli altri, Carlo Sverzellati ed Ernesto Giacobbi, copista di tante opere del maestro oltre che egli stesso autore di riusciti paesaggi. Bruzzi non amava particolarmente mettere per iscritto i propri pensieri, né tantomeno il suo metodo didattico che ci è noto grazie all’allievo prediletto Angelo Martini: il maestro segue gli allievi – che ne hanno profonda ammirazione – dedicandosi a ciascuno senza riunirli in classi, e permette ad alcuni, i più promettenti, di copiare le sue opere, alle quali continua a dedicarsi anche negli anni dell’insegnamento con un segno più largo, sempre sicuro e desunto dall’osservazione del vero. Nascono così il grande dipinto Don Chisciotte (eseguito nel 1897, oggi perduto, menzionato da Luigi Fassi su Libertà nel 1905 come il suo quadro migliore ed esposto con gran successo alla Biennale di Venezia), Egloga (1898), presentato all’Esposizione Generale Italiana di Torino (di cui Bruzzi, su richiesta di Marco Calderini, fa anche parte della giuria) e riprodotto dal Turletti, e Meriggio (1898). Sono gli anni in cui il pittore – stimato oltre che assai benvoluto grazie alla totale assenza di presunzione -, “alto, magro, il candido pizzo bipartito, le mosse un po’ rigide, un berrettone a tronco di cono sulla nuca, il camiciotto grigio stretto alla cintura..” trascorre un’esistenza tranquilla tra lo studio zeppo di bozzetti e studi dal vero, l’Istituto Gazzola e il palazzo di famiglia in Via Verdi; le sere le passa con gli amici al Caffè Grande e, ovviamente, le estati a Roncolo.
Nel 1903 è tra i proponenti del progetto di istituzione del Museo presso l’Istituto Gazzola, suggerendo Francesco Ghittoni (suo successore alla cattedra di Figura) come conservatore.
Alcuni acquerelli di produzione tarda, di un certo gusto per la rievocazione storica e il mondo medievale, mostrano un interessamento del pittore a quel revival neogotico che ormai imperversava a Piacenza come nel resto d’Italia a cavallo tra Otto e Novecento; allo stesso tempo, resta sempre fedele ai temi agresti, dedicandosi anche, nel 1899, all’illustrazione de “La stmana grassa”, opuscolo giocoso edito nel 1899.
Lo stato di salute di Bruzzi inizia ad aggravarsi sino all’impossibilità di attendere ancora all’insegnamento. Soltanto un appunto del 1910, l’anno prima della scomparsa, rimane a chiarire il suo pensiero sul ruolo di cui si sentiva investito: “Compito dell’artista è di sollevare i propri contemporanei al di sopra delle miserie della vita quotidiana e coltivare e fortificare nel popolo il senso del bello”.
Il pittore si spegnerà il 4 gennaio 1911 nella casa natale. L’orazione funebre viene recitata da Camillo Guidotti mentre a Firenze lo commemora Francesco Gioli presso la Società delle Belle Arti; “non partecipazioni, non fiori, non chiacchiere che se sentissi mi farebbero arrossire, i funerali più modesti possibile..” sono le sue istruzioni per le esequie.

….Già nel 1884 Adriano Cecioni , critico d’arte e teorico della “macchia”, grande scultore ed anche pittore, tracciando un profilo di Giovanni Costa, aveva dato un significato più ampio al concetto di “macchia” e di rinnovamento : “Se in Italia non c’è, come si dice, un’arte nè una letteratura italiana, c’è peraltro un’arte toscana che è quella formata dai macchiaioli ; e io chiamo artisti toscani quelli che, anche essendo nati al di fuori, sono autori di un’arte corrispondente a quell’ordine di idee, come il Costa romano, il napoletano Abbati, il De Nittis di Barletta, prima però che andasse a Parigi, il Cabianca veronese, il Bruzzi di Piacenza, il De Gregorio napoletano, il Lemon inglese, il Tedesco e il Rossano napoletani, il Rivalta genovese, il Grita siciliano, il Calderini di Torino, ecc. ecc.” E dunque riconosce anche all’opera di Bruzzi, a pieno titolo, tutti i caratteri dell’arte “toscana” del rinnovamento.

Il percorso del giovane piacentino trova terreno fertile nell’ambiente romano dove ha contatti particolarmente con Alessandro Castelli, paesaggista di chiara fama ,di cui studia i 19 fogli incisi che costituiscono la raccolta I Principi del paesaggio, approfondendo l’uso del segno deciso e sicuro da utilizzare per una registrazione viva e diretta del dato di natura. Del resto egli, ancora giovinetto, amava cogliere in caricature efficaci “primi e rudimentali studi di riproduzione dal vivo”, i tipi più caratteristici del suo ambiente, rivelando un fine spirito di osservazione per la realtà.

D’ora innanzi Bruzzi seguirà un proprio intimo disegno poetico che trarrà origine da spunti di vita quotidiana, da ritmi e luci del paesaggio; nessun insegnamento od esempio, per quanto stimolante, sembra più distoglierlo. Ora egli persegue una rappresentazione del vero quale esercitazione sul motivo naturale, scelto, variato, trasposto secondo le emozioni liriche del proprio animo.

Andrea Baboni