Biografie pittori toscani dopo la macchia

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Biografie pittori toscani dopo la macchia 2017-06-15T15:02:13+00:00

Lorenzo Gelati (Firenze 1824 – 1895)

Lorenzo Gelati nasce a Firenze nel gennaio del 1824 .
Conclusi gli studi umanistici, si dedica alla pittura sotto la guida di Carlo Markò padre, di cui condivide inizialmente , con inflessioni tuttavia personali, modi stilistici legati ad un paesaggismo romantico di impostazione accademica e di esecuzione minuta e dettagliata.

Espone per la prima volta alla Promotrice fiorentina del 1848 alcuni paesaggi dei dintorni di Firenze, e l’anno dopo, nella stessa sede, presenta Effetto di tramonto preso dai contorni di Firenze.
Inizia in questi anni a lavorare sul vero frequentando il Valdarno; nel 1850, sempre alla Promotrice, presenta Ponte rosso con effetto di lume e Veduta del Valdarno superiore. Di questo anno si conosce una vedutina, firmata e datata, che sorprende per l’esecuzione rapida , per la luminosità dei toni accentuata da tocchi di bianco e da una sommaria stesura per masse chiaroscurali (1985, Spalletti, p. 43 n.21).

Gelati è probabilmente uno dei primi artisti in Toscana che interpreta in termini nuovi e diretti il paesaggio, inteso come espressione d’arte autonoma, reso per sintesi di luci e di forme , aprendo la strada a quel nuovo porsi riguardo alla natura poi sviluppato dai macchiaioli circa un decennio dopo.

Alla Promotrice di Firenze del 1851 riceve lodi per alcune sue opere, tra cui Veduta di Ripafratta, Veduta d’inverno, Paese con casolare presso un torrente ; un articolo apparso in quell’anno sulla rivista “L’Arte”, loda “l’illusione della realtà” che danno i paesaggi presentati dall’Artista .
In questo periodo è tra i primi frequentatori del Caffè Michelangiolo. Signorini cita tre disegni al Caffè che raffigurano l’Artista in due epoche diverse: il primo è databile al 1851, il secondo è opera del Tricca, nel terzo Gelati è ripreso mentre dipinge impetuosamente con la più comica serietà.

Nel 1852 decora una sala del Caffè destinata agli artisti con due affreschi, Tramonto e Ruderi con la luna.
Dal Valdarno Gelati si sposta a dipingere paesaggi in Versilia e Romagna. Nei primi anni Cinquanta, inizia a frequentare la campagna intorno a Staggia, nel Chianti senese, in compagnia tra gli altri, di Serafino De Tivoli, Ademollo, Alessandro (e non Nicola) La Volpe, Altamura, Ferri, Liardo e i fratelli Carlo ed Andrea Markò. E’ questo un momento fondamentale di ricerca, definito Scuola di Staggia – di cui l’Artista è uno dei principali animatori – premessa alla “macchia” nella scelta di una pittura di puro paesaggio colto dal vero e non più idealizzato.

La sua presenza a Staggia è documentata da un dipinto Studio dal vero presso Staggia, esposto alla Promotrice del 1855, insieme a Veduta dell’Isola Polvese sul lago Trasimeno,Tramonto di sole, Veduta del Bagno di Nerone sul lago di Massaciuccoli.

Dal 1855 al 1865 l’Artista è presente, assieme a Fattori, Signorini, De Tivoli, Morelli, Ussi ed ai letterati Carducci, Fucini, Martini e Nencioni, nel salotto pistoiese dell’ingegnere Francesco Bartolini e della moglie, l’irlandese Louisa Grace, un vero e proprio cenacolo culturale.Nel 1858 presenta, sempre alla Promotrice, un’opera per lui inconsueta Interno di castello nel medioevo,che fa pensare ad una impostazione stilistica e tematica analoga a quella di Borrani ,che in quel periodo dipingeva appunto scene in costume antico.

La produzione degli anni seguenti , ad esiti di tipica e rigorosa cadenza macchiaiola, alterna momenti meno convincenti, di più debole nerbo stilistico.
E’ tipico di Gelati, nei primi anni Sessanta, il modo di costruire le forme con poche pennellate rigide, ora chiare ora scure, accostate con forte effetto.
In questo periodo la sua evoluzione pittorica procede parallelamente a quella dei protagonisti della “macchia”.
Continua ad esporre regolarmente alle Promotrici fiorentine ; nel 1861, alla Prima Esposizione Italiana di Firenze,un suo dipinto di paesaggio eseguito sul vero, Le cave di Monte Ripaldi ,è giudicato bellissimo nella recensione dello Yorick ed ottiene giudizi favorevoli dal pubblico più attento, per la capacità dimostrata di rinnovare la pittura di paesaggio senza ricorrere agli “eccessi” formali degli effettisti.

Nel 1860, a Seravezza ,dipinge assieme a Signorini, Cabianca e Banti di ritorno dalla Spezia. Nello stesso anno è pure accertata una sosta dell’Artista a Livorno , mentre non è documentata una sua presenza a Castiglioncello nel 1864 circa, presso Diego Martelli. Sicuramente dipinge paesaggi ispirati all’ambiente di Castiglioncello, in una ricerca molto simile a quella di alcuni macchiaioli di primo piano, tant’è che una parte delle sue opere, specie quelle di migliore qualità, eseguite negli anni della frequentazione del Caffè Michelangiolo, ed immediatamente successive, sarà dalla critica postuma attribuita ad altri artisti in particolare a Sernesi ,Borrani ed Abbati, per cui la sua produzione risulta decurtata di alcuni dei lavori migliori.

Sempre in costanti rapporti di amicizia con molti dei macchiaioli, nel 1870 è presente alla Mostra Italiana di Parma con La Villa Salviati presso Firenze, e Il torrente Mugnone presso Firenze ; nel 1878,alla Società d’Incoraggiamento di Firenze, con Impressione autunnale, titolo emblematico che attesta nell’Artista ormai consolidati modi di semplificazione impressionistica nella resa del vero. E’ quindi presente all’Esposizione di Roma nel 1883 ed alla Esposizione Generale Italiana di Torino del 1884, con Il Ponte Vecchio a Firenze.

Negli anni Ottanta è citato tra gli artisti toscani più importanti , assieme ad Ussi, Bechi, Ademollo, Castagnola; tre suoi dipinti erano conservati nella raccolta di Cristiano Banti.
Continua ad esporre assiduamente alle Promotrici fino alla morte, avvenuta a Firenze nel 1895.
La sua opera , negli anni Cinquanta, segna un momento fondamentale di distacco dalla tradizione accademica che relegava in second’ordine la pittura di paesaggio, ed offre un personale contributo all’evoluzione della pittura sul vero. Benchè dunque l’Artista abbia affrontato con largo anticipo taluni snodi basilari per le nuove, successive ricerche, risolvendoli da illuminato anticipatore, e benchè sia stato spesso presente nei momenti cruciali della nuova ricerca, non è annoverato nel gruppo dei macchiaioli storici.

Luigi Bechi (Firenze 1830 – 1919)

Nasce a Firenze nel 1830.
E’ allievo del Bezzuoli e del Pollastrini all’Accademia di Belle Arti di Firenze ed esordisce in pittura con tematiche storico-letterarie.

Alla Promotrice di Firenze del 1853 espone Cristoforo Colombo alla Rabida, mentre nel 1855 è presente con Michelangiolo che veglia il proprio servo Urbino durante la di lui malattia, opera apprezzata dalla critica e giudicata tra i lavori più interessanti, quale espressione di alto sentimento emotivo e morale.
Signorini (Caricaturisti e Caricaturati) lo indica tra i primi frequentatori del Caffé Michelangiolo , assieme a D’Ancona, i fratelli De Tivoli, Gelati, Altamura, a Mochi, Buonamici, Ussi e Lanfredini evidenziando come, unitamente ad alcuni dei compagni , abbia rischiato più volte, per l’animosità espressa verso il dominio straniero.

E’ in contatto con Signorini quando questi, con D’Ancona, si reca a Venezia ove realizza le prime esperienze di “macchia”.
Nel 1858 alla Promotrice ripresenta il Michelangiolo, oltre a Cimabue vede Giotto.
Direttamente coinvolto nei moti risorgimentali del 1859, prende parte alla seconda guerra d’indipendenza ; quindi partecipa al Concorso Ricasoli per gli “Episodi Militari” conseguendo il secondo premio con Il marchese Fadini salva la vita al colonnello De Sonnaz a Montebello, ora conservato alla Galleria d’Arte Moderna di Firenze. Il dipinto è ultimato negli anni successivi e diviene subito popolare per l’immediatezza del messaggio patriottico.

Nei primissimi anni Sessanta, a Firenze, il gruppo più affiatato tra gli innovatori è composto da Abbati, Martelli, Zandomeneghi e Uzielli e quindi anche da Bechi, Sernesi, Borrani e Signorini.
Alla Promotrice di Firenze del 1861 l’Artista partecipa con Un allarme di Zuavi al levar del sole ; lo troviamo quindi a Parigi nel maggio dello stesso anno assieme a Gordigiani, Ussi , Mochi , Fontanesi e Costa ; qui incontra Banti, Signorini e Cabianca.

Rientrato a Firenze, nell’autunno è presente alla Prima Esposizione Italiana con La Susanna tentata dai vecchioni e Il Marchese Fadini volontario nei cavalleggeri…, ove, assieme ad altri dodici dei cinquantasette pittori premiati, rifiuta la medaglia per protesta riguardo alla composizione della giuria, accademica e prevenuta, suscitando anche l’apprezzamento di Signorini che, nel Sommario Autobiografico lo cita, nell’anno successivo, per studi con Abbati e Consani, certamente eseguiti sul vero.

Sempre nel 1862, l’Artista presenta alla Promotrice due opere dallo stesso titolo, Costume romano ; quindi nel 1863 si notano i primi titoli, Due contadinelle della campagna romana e Scena campestre, che indicano sensibilità verso quella nuova pittura del vero realizzata dall’Artista collateralmente alle opere per le Esposizioni Ufficiali.

Nel 1863 è documentata la sua presenza a Castiglioncello- ove ritornerà di frequente negli anni immediatamente successivi- presso Diego Martelli ; qui dipinge in compagnia di Abbati, a volte cimentandosi nei medesimi soggetti , e pur nelle analogie stilistiche con il maestro napoletano, si differenzia dalle sue austere interpretazioni , nella ricerca di una calda luminosità meridiana , generalmente resa per più minute ed elaborate stesure . Questa sua ricerca offre un personale contributo ad uno dei momenti di più intensa ed alta elaborazione poetica della nuova scuola toscana. La produzione di Bechi in questo periodo risulta limitatissima, anche perchè spesso le sue opere più significative sono state attribuite a maestri più affermati.

In questo ambiente in cui fu in contatto anche con Fattori, Sernesi e Borrani , realizza Renaioli a Castiglioncello e Dopo la burrasca, quest’ultimo conservato alla Galleria d’Arte Moderna di Genova, Casolari a Castiglioncello e qualche altra tavoletta di sintetica stesura.
Nel 1865 Boldini, a Firenze, gli tratteggia lo splendido ritratto su tavoletta che ha molte analogie con quei piccoli capolavori dall’ artista ferrarese eseguiti ad Abbati, Martelli e Pointeau.

In parallelo a questa ricerca di stretta osservanza “macchiaiola” , l’Artista dà l’avvio all’elaborazione di scene di genere, che caratterizzeranno la sua attività negli anni della maturità.
Seguita ad esporre particolarmente a Firenze, ove è presente soprattutto nella seconda metà degli anni Sessanta.
Nel 1866 partecipa da volontario alla terza guerra d’indipendenza assieme ad Abbati, Sernesi, Cecconi, Poldo Pisani ed Uzielli ; viene fatto prigioniero a Bezzecca.

Nel 1870 Becchi ottiene la nomina a professore del Consiglio Accademico di Belle Arti di Firenze. Da quel momento sembra trascurare la ricerca, conducendo vita tranquilla nell’agiatezza che le sue composizioni di genere, vendute anche all’estero, gli permettono. La curiosità aneddotica di queste sue opere, quali ad esempio Il pifferaio, La lezione di treccia, Scherzi col gomitolo, La bolla di sapone, già della Galleria Pisani di Firenze, rese in piacevolmente accurata e minuta esecuzione, incontrano infatti il gusto della nuova borghesia, venendo spesso riprodotte sui periodici del tempo.

Negli ultimi anni l’Artista vive appartato e dimenticato. Muore a Firenze il 19 novembre 1919.
Fu giudicato da Fattori ” un forte verista e […] un forte macchiaiolo se talvolta non avesse preferito indulgere alla pittura piacevole.”.
Ed Anna Franchi (1902 ,p. 40) scrisse :” Faceva una pittura simpatica, che lo avrebbe portato in alto se fosse stato meno riflessivo, certo a lui sorrise un poco anche il guadagno, pur seppe adattare alla vendita la sua arte buona “.

Le tavolette di impostazione macchiaiola, particolarmente quelle eseguite nella seconda metà degli anni Sessanta ed anche alcune delle composizioni di figure nel paesaggio, di esecuzione sciolta e fluida, là dove meno cedono alla facile convenzionalità, esprimono una ricerca autonoma e personale nell’ambito della più avanzata ricerca toscana.
Fra i suoi allievi vi fu Matilde Gioli Bartolommei, moglie di Francesco Gioli.

Michele Tedesco (Moliterno 1834 – Napoli 1918)

Michele Tedesco nasce a Moliterno nell’agosto del 1834.

Compie i primi studi artistici a Napoli, dapprima in forma privata presso il Bova, quindi presso l’Istituto di Belle Arti, per frequentare il quale aveva ottenuto una modesta borsa di studio.

Nel 1855 esordisce alla Mostra di Belle Arti del Museo Borbonico con il dipinto Il gladiatore; quindi, nel 1859, è presente alla Biennale di Napoli con altri due dipinti di soggetto storico, Ildegonda Gualderani e Il paggio Falchetto, quest’ultimo acquistato da Re Ferdinando II.

Nel 1860, cessato il contributo che gli veniva inviato dalla sua provincia, si arruola, assieme ad altri, nel battaglione delle Guardie Nazionali, che muove verso Firenze, città da lui agognata.

L’anno successivo è tra i fondatori della Società Promotrice di Belle Arti ” Salvator Rosa ” di Napoli,istituzione nata sulle esperienze analoghe di Firenze, Torino e Milano, con lo scopo della diffusione e commercializzazione delle opere degli artisti napoletani.

Nel 1861 Tedesco è presente all’Esposizione di Brera, quindi si trasferisce a Firenze , città nella quale probabilmente ha già sostato in anni precedenti, e dove conosce e sposa la pittrice tedesca Giulia Hoffmann.

Qui è in contatto con l’ambiente del Caffè Michelangiolo , amico particolarmente di Telemaco Signorini che, nel Sommario Autobiografico, lo cita presente, nel luglio del 1861, a Viareggio, insieme a Martelli ed Abbati e lo raffigura poi in un celebre dipinto, databile ai primissimi anni Sessanta, in cui l’Artista lucano è colto con l’inseparabile cilindro, insieme alla moglie.

In questo stesso anno, nell’agosto, è documentata la presenza del Tedesco a Castiglioncello con Abbati e Signorini, durante una prima permanenza di Diego Martelli nella tenuta ereditata dal padre. Nel ridente centro livornese ha l’avvio, con questo viaggio, una serie di incontri e soggiorni di artisti tra i più dotati del gruppo del Caffè di Via Larga che,ospitati e sensibilmente aiutati dalla presenza di Martelli – quasi nume tutelare che facilitò e sollecitò tali contatti – dettero luogo alla cosiddetta ” Scuola di Castiglioncello”, fondamentale momento di evoluzione della ” macchia “, dagli esiti artistici tra i più alti e lirici della nuova pittura toscana, particolarmente in Abbati, Borrani, Sernesi e Fattori.

Dell’ Artista ci è noto – riferito a questo probabilmente unico soggiorno presso casa Martelli – un dipinto raffigurante ragazzi in uno scorcio di paesaggio tra la casa dell’amico Diego e la Torre Medicea (cfr 1990, P. e F. Dini , Tav. II, p. 164 n.3), risolto per rapide impressioni nei netti contrasti di ombre e luci giocate per toni, una delle sue rare opere di ” macchia “.

In questi stessi anni l’Artista, a quanto appare non molto in sintonia con le rapide e sottili notazioni paesaggistiche realizzate dagli amici del Caffè Michelangiolo, seguita a risentire di certo romanticismo assorbito dal Morelli prediligendo composizioni storiche improntate da un ‘impostazione purista che trae nuovo alimento dallo studio della pittura toscana del Quattrocento.

Nel 1862 compie un viaggio a Parigi e Londra, citato nell’Autobiografia di Signorini.

Partecipa pienamente, sempre nei primi anni Sessanta, alla nuova fase di ricerca in Firenze ove ha probabilmente contatti col gruppo di Piagentina, elaborando opere in cui le forme appaiono come filtrate dalla classica tradizione pittorica toscana. Capolavoro datato 1863 è Una ricreazione alle Cascine di Firenze ,conservato alla Pinacoteca Nazionale di Bologna, esposto alla Promotrice di Torino nel 1863 – accanto a Le cucitrici di camicie rosse di Borrani – quindi, nello stesso anno, alla I Esposizione delle Accademie dell’ Emilia in Bologna, e qui acquistato dalla locale Accademia di Belle Arti , opera in cui si coglie un nuovo spirito, come internazionale, innestato su di un ritmo compositivo classico, armonico e dolcemente pacato nel calcolato equilibrio tra ambiente e figure.

A Firenze , nel 1864, l’Artista è presente alla Prima Esposizione della R. Accademia di Belle Arti con l’opera Gli amici di Dante giovanetto ; lo stesso anno partecipa alla Promotrice di Napoli assieme ad Abbati, Zandomeneghi e Cabianca. Nel 1865, all’ Accademia di Firenze, all’Esposizione del Centenario di Dante, espone Un libro chiuso, presentato anche a Bologna nel 1867, alla II Esposizione delle Accademie dell’Emilia e giudicato da Guido Guidi un capolavoro, sulle pagine del Gazzettino delle Arti e del Disegno.

Sempre nel Gazzettino , Tedesco è citato da Signorini , nel 1867, tra gli ” elementi di miglior avvenire ” accanto a Fattori, Lega, Borrani,Cabianca, Abbati e Boldini . Lo stesso Tedesco, in un suo scritto su questa medesima rivista a cui collaborò, si fa propugnatore di una figura d’artista quale fedele interprete delle impressioni ricevute sul vero.

Nel 1867 è aperta una sottoscrizione sotto la sorveglianza del Consiglio Dirigente la Società d’Incoraggiamento di Belle Arti, affichè l’Artista possa eseguire l’impegnativo dipinto I vincitori della battaglia di Legnano . Il grande bozzetto sarà poi donato al Comune di Milano ed è ora conservato nella Galleria d’Arte Moderna della città.

Nello stesso anno fa quindi parte, assieme a De Nittis ed altri, della Giuria nominata per l’acquisto dei quadri esposti alla Promotrice di Firenze.

Il 1870 vede Tedesco presente alla Mostra Italiana di Parma con il dipinto La morte del poeta Anacreonte,con cui consegue il diploma da lui poi rifiutato. Nel 1872 partecipa alla Seconda Esposizione Nazionale di Milano con i dipinti : Una ragazza nella propria camera, ora conservato presso la Provincia di Milano, Un falconiere ed Una monachina.

Due anni più tardi si trasferisce a Roma ove rimane diverso tempo, mettendosi in evidenza ed elaborando opere ispirate ai capolavori dell’arte antica ; qui espone nel 1876 assieme a Signorini. In seguito ritorna in Campania, stabilendosi a Portici, ove istituisce la Scuola Artistica per gli Operai e dove rimarrà fino alla morte .

Durante questo secondo soggiorno campano, l’Artista seguita ad esporre alle mostre annuali della Promotrice di Napoli, inoltre partecipa alla Esposizione Nazionale di Belle Arti di Napoli nel 1877, alla Esposizione Universale di Parigi nel 1878, alla Nazionale di Torino nel 1880, di Milano l’anno seguente, di Roma nel 1883, alla Generale Italiana di Torino nel 1884, quindi alla Nazionale di Venezia nel 1887. E’ poi presente nel 1888, alla Esposizione Italiana di Londra, nel 1891 alla I Triennale di Brera con l’opera Il testamento , che attira l’attenzione della critica contemporanea, dipinto poi ripresentato all’Esposizione Nazionale di Palermo, ove ottiene la medaglia d’argento e l’acquisto da parte del Ministero per la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Nel 1902 partecipa poi alla Grande Esposizione d’Arte di Berlino,ove ripresenta L’assente,già esposto a Brera nel 1900.

Nel 1892 Tedesco ottiene la cattedra di Figura presso l’Istituto di Belle Arti di Napoli, dove insegnerà fino all’anno della morte.

Un suo dipinto raffigurante due signore a tavola su di una terrazza faceva parte della collezione Banti.

Sue opere sono conservate presso le Gallerie d’Arte Moderna di Firenze, Milano e Torino, l’Istituto di Belle Arti di Napoli, la Galleria dell’Accademia di Bologna.

Artista orientato verso un naturalismo descrittivo di ascendenza purista, in momenti della sua ricerca mostra particolari coincidenze con gli snodi fondamentali della pittura toscana negli anni Sessanta e primi Settanta, sia negli abbreviati studi nell’ambito della poetica di Castiglioncello, sia anche nelle complesse composizioni di interni, in sintonia con le ricerche di Piagentina. Si tratta di una poetica intimista , attenta all’osservazione della nuova società borghese, realizzata con stile personale e sostanziata di lirica compenetrazione tra figure ed ambiente, nel vibrante palpitare del sottile respiro internazionale.

Eugenio Cecconi (Livorno 1842 – Firenze 1903)

Eugenio Cecconi nasce a Livorno l’ 8 settembre 1842, da famiglia benestante. Primo di tre fratelli, dopo i moti del 1848 è costretto, assieme ai familiari, a lasciare la città per la campagna, ove inizia un periodo di vita all’aria aperta ,nel diretto contatto con la natura. Nascono in lui, in questi anni, la passione per la caccia, l’amore per gli animali e la campagna.

Nel 1853 lascia la famiglia e si reca a Torino per continuare gli studi presso il Convitto Nazionale ,dove rimane per cinque anni.

Torna a Livorno nel 1858, quindi si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Pisa. Terminati gli studi, frequenta il corso di disegno del Fazzi,scultore lucchese allievo del Markò. Per ubbidire al padre, si reca quindi a Firenze a far pratica di avvocatura presso lo studio di Leopoldo Cempini ; gli viene anche imposto di iscriversi all’albo degli avvocati di Torino. Ciononostante, continua a studiare disegno sotto la guida di Natale Betti .

La morte improvvisa del padre , nel 1864, lo carica di impegni familiari da una parte, ma dall’altra gli permette di dedicare tempo alla pittura, prima trascurata.

Nel 1866 si arruola volontario per combattere contro gli austriaci, assieme ad altri artisti toscani, quali Abbati e Sernesi.Tornato a Livorno dopo la parentesi militare, decide di dedicarsi completamente alla pittura; frequenta a Firenze lo studio del Pollastrini,quindi, stabilitosi definitivamente a Livorno, affitta uno studio ove lavora assiduamente assieme ad un suo giovane amico, Adolfo Belimbau.

I primi lavori sono soprattutto ritratti ed interni di studio, ma, in seguito, col bel tempo, l’Artista si reca a dipingere all’aperto, nei dintorni della città.

 

Sul finire dell’estate del 1866, viene invitato da Diego Martelli, per alcuni giorni, a Castiglioncello, ove lavora insieme a Boldini, Bechi ed Abbati, con i quali scambia esperienze fondamentali per la sua formazione artistica , influenzato soprattutto dalla concisione stilistica di quest’ultimo, con cui rimane in stretta amicizia, procedendo in una ricerca pittorica parallela.

Su consiglio di Boldini, con cui mantiene rapporti, nel 1869 Cecconi partecipa alla Promotrice di Torino con un piccolo dipinto eseguito sul vero, ma passato inosservato. Nel 1872, alla Seconda Esposizione Nazionale di Milano, espone due dipinti, uno dei quali, “Macchiaiole di Tombolo” , lo impone all’attenzione della critica e del pubblico ; l’amico Francesco Gioli espone il fresco studio “Alla Messa“.

Dal 1873 decide di ritirarsi a vivere in campagna presso Lari a Ceppato, alternando la pittura alla caccia ed anzi, spesso fondendo l’una attività con l’altra (era solito recarsi a caccia con la cassetta dei colori), abitualmente in compagnia di cacciatori locali , di Belimbau e di Francesco Gioli. E’, questo, un periodo intenso poeticamente e stilisticamente, in cui l’Artista si esprime sia in tavolette – che non sfigurano accanto a quelle di Abbati e Fattori- sia in vaste composizioni, spesso raffiguranti scene di caccia.

In questi anni si consolida l’amicizia di Cecconi con Francesco Gioli, oltrechè col fratello di questi, Luigi – artisti dalla personalità poetica molto affine . Insieme dipingono dal vero nella campagna pisana.

E’ il 1875 quando l’Artista si imbarca per Tunisi, attratto dal fascino dell’Africa. Questo soggiorno ha influenza sostanziale sulla sua formazione artistica; da qui riporta numerosi lavori :”Figura orientale“,”Il negro“,”Giardino arabo“,”Strada di Tunisi“, già della Galleria Pisani,ed altri ancora,poi esposti a Torino e Milano.Ora le luci abbaglianti, i toni esasperati, lo splendore delle tinte, lo spingono all’uso di una nuova tavolozza nella ricerca di più vivaci cromatismi.

Tornato in Maremma, riprende a lavorare intensamente allargandosi più di frequente in vaste composizioni. Trasferitosi stabilmente a Torre del Lago, vive momenti indimenticabili tra caccia e pittura. E’ di questi tempi il consolidarsi dell’amicizia con Fattori; in seguito, per anni, i due artisti saranno compagni di lavoro pur mantenendo ben differenziate le specifiche peculiarità pittoriche.

Sempre più nelle scene di caccia si esprime conpiutamente la poetica di Cecconi, che ora elabora opere fondamentali quali : Mancante all’appello, del 1877, La lacciaia e Pian d’Alma, la radunata, entrambe del 1879, in cui talvolta sembrano prevalere sottili notazioni paesaggistiche, tal’altra, invece, le figure dei cacciatori e dei cani in felicissima integrazione tra dettaglio descrittivo e profonda caratterizzazione per pose ed atteggiamenti.

L’agiata situazione economica familiare ed il successo riscosso presso amici, estimatori ed anche mercanti – la Galleria Pisani particolarmente -, resero saltuaria la presenza di Cecconi a pubbliche esposizioni.

Il 1880 è l’anno che gli dà celebrità con il quadro Cenciaiole livornesi,ora conservato al Museo Civico di Livorno; è anche l’anno in cui si presenta per la prima volta a Firenze ,all’Esposizone Internazionale di Quadri Moderni presso la Società Donatello, con Il riposo , ottenendo grande successo di pubblico e di critica. Qui ha l’occasione di fare altri incontri con artisti famosi ed è apprezzato anche da Telemaco Signorini; conosce quindi il principe Corsini, Presidente del Comitato Organizzatore della Mostra, con il quale stringe sempre più cordiali rapporti di stima e di amicizia.

L’anno seguente espone alla Promotrice di Firenze Radunata di caccia grossa, che gli dà ulteriore celebrità. Da qui la decisione di stabilirsi nel capoluogo toscano.

Espone poi a Roma e Milano nel 1883, a Torino nel 1884, quindi a Firenze, Roma e Livorno; ed ancora a Bologna nel 1888.

Nel 1890, ospite di amici, Cecconi trascorre alcune settimane in Liguria,dipingendo bozzetti ; l’anno successivo è presente alla Prima Triennale di Milano.

Tornato a Firenze, vi rimane sempre più a lungo, dovendo rinunciare alla caccia per un fastidioso dolore ad un piede.

Uomo di profonda cultura e di grande schiettezza, parlatore elegante, poeta e critico d’arte, passa le estati a Badia Prataglia lavorando sempre meno ai pennelli e preferendo scrivere articoli di critica, recensioni, racconti di caccia o poesie.

E’ poi, nel 1896, segretario della esposizione della Festa dell’ Arte e dei Fiori, tenuta a Firenze.

A causa di ristrettezze economiche, su consiglio di Corcos, con cui fu in rapporti di amicizia, tiene un corso di pittura per signorine, che poi divennero sue discepole : ciò lo riavvicina di nuovo ai colori .

Ormai lascia Firenze sempre più di rado; gli ultimi anni li trascorre pianamente nell’affetto della famiglia, presso cui era rientrato il fratello Olinto, e degli amici, tra cui Corcos e Francesco Gioli, finchè la morte lo coglie il 19 dicembre del 1903.

Francesco Gioli (San Frediano a Settimo 1846 – Firenze 1922)

Primogenito di una famiglia benestante, nato il 29 giugno 1846, il giovane studia pittura all’Accademia di Pisa sotto l’insegnamento di Annibale Mariani.

Passa quindi a Firenze, allievo del Ciseri e del Pollastrini.

I suoi esordi avvengono con dipinti di storia, come prevedeva l’arte ufficiale dell’epoca; contemporaneamente svolge tematiche di genere.

Inizia ad esporre alla Società d’Incoraggiamento di Firenze nel 1868, con Carlo Emanuele I di Savoia e l’Ambasciatore di Spagna, con cui ottiene, l’anno successivo, un premio che tuttavia non lo rallegra, come lui stesso scrive in occasione della Mostra Individuale alla Biennale di Venezia del 1914 : ” Compresi subito […] che si era lodata e premiata un’arte vecchia fatta da un giovane “. Seguono un anno o due di indecisioni ed incertezze nelle scelte tematiche e stilistiche. Di questi tempi sono due opere tra la storia ed il genere : Alfieri che visita Goldoni e Goldoni che visita Gian Giacomo Rousseau .

All’inizio degli anni Settanta, l’Artista individua la propria strada nell’osservazione e nello studio appassionato della natura, accostandosi agli innovatori usciti dall’esperienza della “macchia”, particolarmente a Fattori e Signorini, consigliato e spronato da Martelli, di cui sarà anche ospite nella tenuta di Castiglioncello. In questi anni dipinge dal vero nella campagna pisana, assieme a Cecconi e Belimbau, concise e forti tavolette di impostazione macchiaiola.

Dopo quegli esordi, per qualche tempo Gioli non partecipa alle Esposizioni di Firenze ; è presente invece alle importanti mostre non solo nazionali : nel 1870, alla Mostra Italiana di Parma, della cui giuria fanno parte Signorini, Banti e Cecioni, ed ove ottiene la medaglia di bronzo con l’opera L’Angelus Domini della mattina ; nel 1872, alla Seconda Esposizione Nazionale di Milano, con Alla messa ; nel 1875, a Parigi al Salon, presenta Nei campi ed Un incontro, ora conservato alla Galleria d’Arte Moderna di Firenze, che riscuote consenso unanime.

Durante quest’ultima esposizione, l’Artista rimane a Parigi circa un mese, assieme a Fattori, Ferroni e Cannicci, che pure sono presenti con loro opere, attratto, come gli amici, non tanto dall’Impressionismo, quanto piuttosto dalla Scuola di Barbizon, ed allacciando rapporti con molti artisti, rafforzandosi nella convinzione della pittura del vero. Questo viaggio segnerà la svolta definitiva nella produzione di Gioli, che trascurerà sempre più le tematiche di interni di gusto borghese internazionale – vicine a certi soggetti di Lega – sapientemente espresse in Giochi infantili , opera datata 1875, a favore di soggetti paesaggistici , scene agresti venate da un sobrio naturalismo e qualche saldo studio di figura.

Unitamente alla moglie Matilde Bartolommei – figlia del patriota Ferdinando, donna colta e raffinata, scrittrice e pittrice anch’essa – è in amicizia con Fattori ad iniziare dal 1872, ospitandolo spesso nella sua villa di Fauglia, luogo di incontro di artisti e di intellettuali, ove anche il Maestro livornese sembra piegare la propria poetica ad una maggior disinvoltura stilitica e ad un certo qual gusto internazionale, cui forse aveva contribuito il viaggio a Parigi del 1875.

Ai primi anni Settanta risale anche l’inizio dei rapporti dell’Artista e della moglie con Martelli, che pure frequenterà la villa di Fauglia affascinato dalla cultura della signora Gioli. Nel clima di casa Gioli , lo stesso Lega nel 1878 riprenderà i contatti con i pennelli dopo le tristi vicende familiari ; è datato 1879 il superbo ritratto che l’artista romagnolo esegue all’amico Francesco.

In questo periodo dunque, l’Artista risulta in stretto contatto con la più avanzata ricerca artistica, cui offre un suo preciso contributo.

E’ molto amico anche di Zandomeneghi, che nel 1874, mentre si accinge a lasciare definitivamente l’Italia per Parigi, gli scrive un’affettuosa e commossa lettera d’addio ; nel 1877 poi, l’artista veneziano , in un manoscritto approntato a Parigi, cita Gioli fra i migliori artisti toscani.

L’anno seguente Martelli, da Parigi, comunica all’Artista che desidera comporre una piccola raccolta internazionale di impressionisti e chiede sue opere, oltre che di Cannicci, Cecconi, Signorini, Ferroni, da affiancare a quelle di Fattori. Non importa poi – ed anzi direi che consegue direttamente dal rigore disegnativo della scuola toscana – il fatto che Gioli, così come Ferroni, Cannicci, Bruzzi ed altri, non apprezzi le due opere impressioniste di Pissarro, all’apparenza prive di disegno, che il critico entusiasta ha inviato all’Esposizione di Firenze del 1878, per far conoscere quel nuovo movimento rivoluzionario.

Nel 1881 è lo stesso Fattori, in occasione di una visita allo studio, che esprime pieno apprezzamento per le opere dell’Artista.

Gioli riprende ad esporre a Firenze nel 1877, ove presenta In aprile e Il ritorno delle mamme ; lo stesso anno è presente , assieme a Fattori, Ferroni, Testi e Bruzzi, alla Esposizione Nazionale di Napoli, con : Il ritorno delle mamme, Il Monte di Pietà, In primavera,campagna pisana,opere che esprimono un contenuto sociale, nella ripresa di tematiche di gusto internazionale.

L’anno successivo espone a Firenze due dipinti della Riviera di Genova, quindi, sempre nell’anno, è a Parigi all’Esposizione Universale ove presenta Passa il viatico , forse il suo capolavoro, ora conservato a Firenze in raccolta privata, che ottiene un premio e gli elogi di Degas. Negli anni seguenti è quasi sempre presente alle esposizioni di Firenze, contemporaneamente partecipando alle più importanti mostre nazionali e internazionali : nel 1880, allaNazionale di Torino con Nonno cieco e Passa il viatico, già esposto a Parigi ; nel 1881, alla Nazionale di Milano, con Il guado, Mietitura, All’acqua-animali ; nel 1883, alla Esposizione di Roma, con Lavori in campagna , Mater dolorosa , Lo spaccapietre, Tipi toscani, La processione del Corpus Domini e Passa la processione, quest’ultimo ora conservato alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma ; nel 1884, alla Esposizione Generale di Torino ; quindi alla Internazionale di Londra, ove ottiene la medaglia d’argento con l’opera Ai campi in giugno, capolavoro di luce e di resa atmosferica. Nel 1886, alla Prima Esposizione di Livorno, che segna l’affermarsi della giovane generazione toscana, è presente con La spigolatrice, Grano maturo , Prime foglie , Fontana della Piazza del Duomo (Pisa); quindi lo troviamo a Venezia, sia nel 1887 (con Boscaiole di San Rossore , vasta e potente composizione che ha alla base anni di studi e bozzetti), che alla Prima Biennale del 1895.

Nel 1888 l’Artista, confortato dal successo ormai raggiunto, è nominato professore all’Accademia di Bologna, l’anno successivo a quella di Firenze. Grazie all’agiatezza economica che gli permette di viaggiare spesso, è tra gli artisti più informati sulle novità artistiche europee.

Negli anni Novanta, con il diffondersi del Divisionismo in Europa, Gioli rischiara la tavolozza alla ricerca di una maggiore luminosità, arricchendola di azzurri e rosati, ed adotta nuovi modi stilistici più abbreviati e sommari, di impronta impressionista, ma di più labile tenuta stilistica.

Anche inflessioni simboliste, sia di accezione sociale ( Spaccapietre), che di venatura idilliaca ( Fiori di campo, Giovane madre) – come evidenzia Del Bravo(1971) – affiorano tra i suoi soggetti in un prevalere formale di resa atmosferica e di effetti luministici. La naturalezza delle sue prime composizioni cede ora il posto a sentimenti nostalgici venati di sottile intellettualità, in sintonia con la più aggiornata cultura europea anche in affinità con le tematiche delle Secessioni.

Nel 1896 l’Artista con Pozzolini e Billi, cura la scelta delle opere d’arte da Martelli legate al Comune di Firenze.

Partecipa alle Esposizioni di Monaco nel 1901 e 1913, di Buenos Aires e Bruxelles nel 1910. A Venezia nel 1909 espone una serie di pastelli di impronta divisionista. E’ ancora presente in esposizioni a San Francisco ed a Melbourne,nel 1915.

Espone di frequente alle Biennali di Venezia ove, nel 1914 gli viene organizzata una Mostra Individuale comprendente 52 opere che coprono l’arco intero della sua produzione.

Muore a Firenze il 4 febbraio 1922.

Artista di grande sincerità e dignità, gentiluomo sempre, tanto nei salotti che nei pubblici incarichi, segnò l’arco di cinquant’anni di arte toscana esprimendone pienamente i valori. I temi suoi preferiti si rifanno in particolare alle scene della vita dei campi , interpretate con un senso di profonda gioia, a volte meglio nelle brevi, concise tavolette che non nelle ampie tele. Trattò anche il ritratto, talvolta in grandezza naturale ; molto belli quelli della moglie e dell’amico Martelli. Eseguì poi studi di figura dal vero.

Sobrio nel colore, elaborato prevalentemente nelle gamme basse, fine e ricercato nelle composizioni, assieme a Ferroni e, un poco defilato, a Cannicci, è fra gli artisti che esprimono una tendenza alla internazionalizzazione della pittura toscana di quegli anni.

Niccolò Cannicci (Firenze 1846 – 1906)

Niccolò Cannicci nasce il 28 ottobre 1846 a Firenze.

Figlio di Gaetano, buon pittore, Niccolò, che il padre vuole indirizzare verso l’ingegneria, frequenta inizialmente le Scuole Pie. Quindi, a sedici anni, ottiene di potersi iscrivere all’ Accademia dove insegnano il Marrubini e il Pollastrini.

La sua natura spontanea e sincera mal si adatta agli insegnamenti accademici, così che, sulla fine del 1865 passa alla scuola libera del nudo di Antonio Ciseri, di cui segue con profitto gli insegnamenti, frequentandola fino al 1868.

Per la salute malferma, sulla fine del 1868 si trasferisce a San Gimignano presso uno zio paterno, canonico.La sua indole poco intraprendente, non combattiva, ma semplice e contemplativa, trova riscontro in un paesaggio dolce e tranquillo ; abita dapprima al Poggetto, nella casa paterna, vicina al centro urbano, quindi, nella ricerca di un sempre maggior isolamento, a Montemiccioli, in una antica torre sulla via da Colle a Volterra.

A Firenze ha stretti rapporti con l’ambiente culturale originato dalle innovazioni della “macchia”, e particolarmente con Diego Martelli che lo apprezzerà e stimerà sempre.

Il periodo iniziale della sua produzione , sino ai primi anni Settanta, risente dell’insegnamento accademico e della influenza purista del Ciseri, quindi del naturalismo internazionale proprio anche al Signorini, sia nell’impostazione del dipinto, che nelle tematiche, raffiguranti interni borghesi.

Ad opere suggestive ma non ancora omogenee stilisticamente per qualche ingenuità descrittiva, quali Gioie materne (1870), Il musicomane (1871) e Vanità (1872), conservate in collezione privata, si alternano dipinti pregevolissimi, quali La fidanzata, datato 1870, o Giovane donna con levriero ,datato 1871, che sviluppa con accenti personalissimi quel sentimento intimista che ha precedenti illustri in Lega, Borrani e Signorini nel periodo di Piagentina ; in queste opere la finezza dell’esecuzione e la trasparenza delle stesure si sposano felicemente al disegno sottile e sapiente.

 

Verso la metà degli anni Settanta, Cannicci volge la sua attenzione soprattutto all’esterno, nell’osservazione attenta e sensibile dei silenzi e della quiete del mondo agreste, in esiti di lirica e sospesa poesia.

Inizia ad esporre nel 1871 alla Promotrice di Firenze, con tre dipinti, Il musicomane, Un momento di riposo, Il ritorno dal lavoro ; gli anni successivi partecipandovi saltuariamente.

Nella primavera del 1875 si reca a Parigi con Francesco Gioli, Fattori e Ferroni, ove si trattiene un mese, attratto, come gli altri amici, dalla Scuola di Barbizon più che dagli Impressionisti. Questo stesso anno sembra segnare una svolta nella poetica dell’Artista, d’ora innanzi orientata verso i temi agresti.

Nel 1877, in un manoscritto redatto da Zandomeneghi, ormai stabilitosi a Parigi, Cannicci è compreso tra i migliori artisti toscani. Nonostante ciò, in questi anni deve essere aiutato finanziariamente dagli amici F. Gioli e Cecconi, che gli acquistano i dipinti. Anche il mercante d’arte Luigi Pisani segue con interesse l’attività dell’Artista acquistandogli buona parte della produzione ; nella sua galleria di Firenze esporrà Contadini che si dissetano alla fontana, dipinto giudicato da Martelli “puro e ingenuo……rammenta i quattrocentisti”.

In questo anno, sempre Martelli, volendo comporre una piccola raccolta di impressionisti e macchiaioli, richiede opere di Cannicci oltre che di Fattori , Signorini , Francesco Gioli, Cecconi ed altri.

L’Artista è poi presente, nel 1878, alla Esposizione Universale di Parigi , assieme a Lega, Ferroni, F. Gioli, con Vita tranquilla ; nel 1881, alla Esposizione Nazionale di Milano con Ritorno dai campi. paese ; nel 1883 alla Royal Academy di Londra con Il taglio dell’erba a San Gimignano e Ritorno dalla festa. Nel 1884 è presente alla Esposizione Generale Italiana di Torino con La capra nutrice, Verso casa e Seminagione del grano in Toscana, quest’ultimo acquistato dallo Stato per la Galleria Nazionale d’Arte Moderna.

Partecipa poi, nel 1886, alla Esposizione di Livorno con diverse opere; quindi nel 1887 a Venezia espone Rogazioni, opera che contribuirà alla sua notorietà per le molte riproduzioni che ne verranno fatte su riviste e giornali. L’anno seguente viene premiato alla Nuova Promotrice di Firenze; ancora nel 1889 è premiato a Parigi con Ritorno da una festa .

Amico di Fucini, illustra ,per questi,una novella nella raccolta “Veglie di Neri”. Subisce poi un crollo psichico e viene internato nell’ospedale psichiatrico di Siena ove rimane dal 1891 al 1893. In seguito va a vivere a Montemiccioli , continuando a lavorare sempre sul vero, spesso in ampie tele più che nelle brevi tavolette ; il suo studio consiste semplicemente in un cavalletto, una seggiola e qualche chiodo alle pareti, non servendogli ad altro che quale deposito per i dipinti generalmente eseguiti all’aria aperta.

Espone alla Società delle Belle Arti di Firenze, ottenendo un premio.

Ha contatti con gli amici pittori, particolarmente Signorini e frequenta il salotto di Matilde Gioli nella villa di Fauglia, dove si ritrovano anche Fattori, Lega e Cecconi. Nel 1895 è insegnante di pittura presso la famiglia Civelli.

Sull’ultimo scorcio del secolo, la sua pittura acquista inflessioni simboliste : nelle sue tematiche entrano le onde del mare, i giochi di nubi, le luci del crepuscolo.

Del 1897 è Estate, acquistato dalla Galleria d’Arte Moderna di Roma; mentre alla Biennale di Venezia del 1905 espone Maternità , trittico acquistato dalla regina Margherita.

Muore a Firenze il 19 gennaio 1906, lasciando incompiuti due quadri destinati all’Esposizione di Milano.

Le sue descrizioni solenni della natura, rese per giusti e delicati rapporti di piani, più che per effetti forti di linee, ci restituiscono una campagna nella varia ed intima cangianza di forme e colori, ricca di animazione , venata di una sottile, lirica malinconia che nasce quale atmosfera spirituale dall’animo sensibilissimo dell’Artista.

Le opere di Cannicci sono conservate in collezioni private italiane e straniere, nelle Gallerie d’Arte Moderna di Firenze e di Venezia, nel Museo di Capodimonte in Napoli e presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma.

Raffaello Sorbi (Firenze 1844 – 1931)

Nasce a Firenze il 26 febbraio da Andrea, pittore copista , e da Erminia Aglietti.

Di talento precocissimo, dimostra spiccata predisposizione per il disegno ed il padre lo iscrive all’Accademia di Belle Arti di Firenze ; quindi segue i corsi di pittura sotto il Ciseri.

A diciotto anni, nel 1861, vince il concorso triennale con Corso Donati finito a morte viene trasportato da’ Monaci di San Salvi in quella Badia , dipinto molto lodato ed ora conservato presso la Galleria dell’Accademia. Lo stesso anno esordisce in pubblico presentando alla Promotrice di Firenze Ismaele nel deserto ; quindi, l’anno successivo, Cornelia madre dei Gracchi che presenta i suoi figli .

Nel 1863 concorre per il pensionato a Roma con il dipinto Savonarola che spiega la Bibbia ad alcuni amici nel convento di San Marco ; risulta vincitore, ma rinuncia all’assegnazione della borsa di studio. Lo stesso anno il re Vittorio Emanuele II gli commissiona un dipinto raffigurante Piccarda Donati fatta rapire dal convento di santa Chiara, dal fratello Conso , opera dal l’Artista ultimata nel 1866, ed ora conservata alla Meridiana di Palazzo Pitti a Firenze.

In queste prime opere di impostazione storico-romantica, Sorbi risente inizialmente dell’influenza del Ciseri, nella fine accuratezza del disegno e nelle sapienti scansioni luminose modellate da una luce presente che sembra attualizzare gli eventi storici passati ; successivamente, si nota nella sua produzione un graduale accentuarsi del virtuosismo e delle strabilianti capacità tecniche che gli permettono di affrontare le più varie tematiche, tra soggetti antichi, medioevali, settecenteschi.

Anche il polemico Signorini lo apprezza negli inizi , per poi criticarne la ricercata abilità, scrivendo sul “Gazzettino delle Arti del Disegno” :” Il Sorbi è nato pittore [….] chi meglio e più brillantemente di lui esordì nella pittura? Nessuno. Il suo primo lavoro, il concorso triennale, fece credere alla vecchia Firenze che i miracoli dell’arte del quattrocento si rinnovassero [….] Difetti vi erano in questo suo primo lavoro ; ma vi erano in germe ” quindi ” l’eccessivo studio dell’abilità del pennello lo preoccupò tanto da condurlo a una soverchiamente felpata e pretensionosa fattura “.

Contemporaneamente alla produzione aulica ed ufficiale, l’Artista entra in contatto con l’ambiente innovatore del Caffè Michelangiolo, ove si reca saltuariamente, sin dai primissimi anni Sessanta, partecipando alle nuove ricerche, sia nei bozzetti storici (si conosce un Dante nello studio di un pittore datato 1862 , piccola, preziosa tavoletta che vive di piena autonomia espressiva, risolta per sapienti intarsi tonali tagliati dalle luci , in strette analogie stilistiche con Abbati e Borrani ), sia affrontando le nuove tematiche del vero, figure in interni e piccole impressioni di paesaggio, ove si coglie una particolare finezza di occhio e di esecuzione (è noto un Alberi nel parco delle Cascine , datato 1864).

Il 2 giugno 1864 Sorbi è proclamato “Socio onorario ” dell’Istituto di Belle Arti di Urbino.

Le opere con cui è presente alle esposizioni negli anni Sessanta, attestano come egli ora privilegi dipinti eseguiti sul vero, in linea con le nuove ricerche.

Nel 1866 partecipa nuovamente alla Promotrice di Firenze con Un ritratto; ancora nel 1869, con Una viuzza e L’Arno presso Rovezzano , opera questa, conservata in raccolta privata , di particolare importanza, capolavoro che regge il confronto con la più felice produzione toscana dell’epoca ; la finezza di esecuzione e l’attenzione ad ogni più minuto particolare o riflesso , si compongono in un paesaggio risolto con mirabile unità stilistica , cui contribuisce una colorazione calibratissima e particolarmente sobria.

Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, l’Artista esegue splendide opere ove gli stimoli delle nuove ricerche si fondono magistralmente con una personale acutezza di descrizione e finezza esecutiva, in esiti di raffinata eleganza nelle più varie tematiche.

Signora elegante in interno , tavoletta datata 1871, Tre suore che cuciono , Cacciatore lungo le rive dell’Arno del 1872, segnano mirabilmente questo momento stilistico. Ed ancora, qualche anno dopo, Una via di Firenze , Le amiche , Passeggiata alle Cascine , opere conosciute dalle riproduzioni conservate nell’archivio degli eredi.

Contemporaneamente prosegue la sua produzione a tema storico, eseguendo Imelda Lambertazzi e Bonifazio Geremei , acquistato da un certo Metzler di Francoforte sul Meno.

In questi stessi anni, l’Artista inizia ad affrontare temi classici, particolarmente di storia romana, ma anche medioevale e del Settecento, modificando l’originaria impostazione romantica per più calibrate e fredde composizioni , dove la luce diviene dominante stilistica di una ricercata unità formale, sulla scia di un certo gusto alla Meissonier.

Le sue prodigiose virtù tecniche e lo sbalorditivo virtuosismo, gli procurano una straordinaria fortuna di mercato in Italia ed all’estero ; è il successo internazionale.

Nel 1869 lo scultore Duprè gli commissiona Fidia che scolpisce la statua di Minerva, esposto in seguito, nel 1880, alla mostra presso la Società Donatello.

Nel 1870 l’Artista, assieme a Signorini, Banti e Cecioni, fa parte della commissione giudicatrice alla Mostra Italiana di Parma, ove espone La strada .

Del 1872 è il contratto con il mercante Goupil che si assicura per sette anni la quasi totalità della sua produzione , i cui soggetti settecenteschi sono ricercatissimi anche a Parigi.

Contemporaneamente si cimenta in piccole, a volte minuscole tavolette eseguite con la lente d’ingrandimento e sostenute al cavalletto dalla ceralacca, raffiguranti scene dal vero, paesaggi e figure nello spirito della “macchia”, eseguite con tecnica abilissima , in punta di pennello, spesso esposte una accanto all’altra nello studio in via Pietrapiana.

Anche i mercanti Ernest Gambart e Luigi Pisani s’interessano alla sua produzione.

Nelle tematiche della Roma antica, in cui rientra anche una serie di figure femminili di fine esecuzione, si distinguono : L’uscita delle Vestali dall’anfiteatro (1877) , Cornelia , madre dei Gracchi, con i due figli giovinetti ; tra i soggetti medioevali : Una terrazza sull’Arno (1874) ; Concertino all’aperto (1875), Il Decamerone , La regata in Arno ; tra le scene settecentesche : Il gioco delle bocce (1879), Il matrimonio (1886), L’arrivo della diligenza.

Nel 1883 gli nasce il figlio Giulio che diverrà pittore sotto la guida paterna.

Dalla fine degli anni Sessanta l’Artista espone molto raramente . Lo ritroviamo presente alla Società delle Belle Arti di Firenze nel 1892-1893, con Giocatori di bocce ; nel 1896-1897, con Dintorni di Firenze. Val di Sieve , quindi nel 1903 con Idillio, per cui ottiene la medaglia d’argento.

Col passare degli anni la sua produzione sembra assoggettarsi sempre più alle forti richieste del mercato, nelle abituali tematiche.

Dall’inizio del Novecento, l’Artista soggiorna sovente in Mugello , nella cui campagna ambienta le scene campestri.

Partecipa, a Parigi, alle esposizioni dei Salon, lavorando spesso per l’aristocrazia fiorentina : per Carlo Torrigiani esegue una Santa Caterina da Siena ; per i Budini-Gattai dipinge, nel 1914, una serie di scene campestri.

Partecipa alla Primaverile Fiorentina del 1922 e l’anno successivo dona alla Galleria degli Uffizi il proprio Autoritratto . Nel 1927 alla LXXX Esposizione Nazionale della Promotrice presenta La musica e l’aratro.

Fu accademico del Regio Istituto di Belle Arti di Firenze ; nel 1931 viene insignito dell’Ordine di Commendatore della Corona d’Italia.

Muore nello stesso anno, a Firenze.

Artista di grande talento, nella produzione ufficiale fu condizionato dal successo e dalle insistenti richieste del mercato; le sue composizioni rievocative esprimono tuttavia una ricerca spesso originale, di gusto internazionale, mentre altre sue opere, che prendono spunto dal vero , negli anni Sessanta e primi Settanta particolarmente, offrono un personalissimo contributo alle nuove ricerche della pittura toscana.

Francesco Vinea (Forlì 1845 – Firenze 1902)

Nasce a Forlì il 10 agosto 1845 . La famiglia numerosa, in ristrettezze economiche, si trasferisce a Firenze quando il piccolo Francesco ha appena tre anni. A quattordici, dotatissimo nel disegno, il giovane viene iscritto all’Accademia di Belle Arti della città, dove insegna il Pollastrini, in seguito lasciata per le condizioni di indigenza della famiglia.

Inizia ben presto a vendere i suoi quadretti dai soggetti domestici, eseguiti a chiaroscuro; viaggia molto per l’Italia, lavora presso uno studio fotografico, quindi esegue illustrazioni per una casa editrice di Milano ed incisioni su pietra per giornali e per la litografia Ballagny di Firenze . Collabora con l’amico Tito Conti, a cui rimarrà sempre legato, all’illustrazione ad olio ed acquerello dei volumi “Gli Alberti di Firenze”, scritti dal Passerini .

A soli quindici anni, nel 1861, è presente alla Prima Esposizione Italiana di Firenze con Ritratto muliebre. Lo stesso anno esegue L’incontro di Dante con Beatrice , opera datata 1861 ed esposta nel 1865, sempre a Firenze , a noi nota da riproduzione fotografica, e che attesta analogie con la pittura macchiaiola, particolarmente con quella di Abbati, per taglio geometrico nell’interno di chiesa e per rigorosa scansione delle stesure dagli spessi impasti .

Nel 1863 vince il concorso artistico indetto dal re Vittorio Emanele II, con Michelangelo legge le sue poesie in Casa Aldobrandini .

Espone ancora a Firenze nel 1868 Mio buon amico , dopo di che la sua presenza in pubbliche esposizioni è rarissima; lo ritroviamo nel 1880, sempre a Firenze, alla Prima Esposizione Internazionale della Società Donatello, con Ritratto e Una venere giapponese.

Contemporaneamente, negli anni Sessanta, esegue tavolette in linea con le nuove ricerche sul vero , sia paesaggi che composizioni con figure ; un suo Vecchio seduto , databile al 1865-1870, ha la fresca scioltezza ed il senso costruttivo per scansioni di ombre e luci, propri a certe opere di Signorini e di Fattori. Giardelli (1958), commentando l’esposizione del Centenario di Dante tenuta a Firenze nel 1865, cita Vinea che ” ancora non dipingeva cavalieri e ragazze dai sorrisi di porcellana”, scrivendo :” Nei primi anni, specialmente, da giovane, pur prediligendo, fino da allora, le gentilezze dei rosa, degli azzurri, degli avori, amava anche toni bassi che poi, nei quadri dei moschettieri, lasciarono il passo alle più sfacciate lacche ; ma pur sempre era capace di cavare dalla sua virtuosa tavolozza oltre che brillanti ed ariose marine anche certi studietti di scogliere , rudi e melanconiche nei loro grigi e marroni da far pensare non al salottiero romagnolo ma a qualche amico, più o meno vicino, di Giuseppe Abbati”.

Frequenta l’ambiente dei “macchiaioli”.

Nel 1870 può lasciare la sua camera di via San Gallo che gli serve più per lavoro che per riposo, e trasferirsi con lo studio in Via Guelfa.

Si afferma con scene di genere di ambientazione seicentesca, soprattutto tratte dall’epopea dei moschettieri, alla maniera del Fortuny e del Meissonier, interpretate con modi personalissimi , in cui l’Artista può liberare la grande maestria nella resa di tessuti, merletti, rigonfi e pennacchi. : soggetti leggeri e frivoli, di vaga ispirazione all’arte fiamminga, realizzati con eccezionale finezza descrittiva , vibranti di effetti .

La prima opera di tale genere è Il saggiatore di vino , eseguita nel 1871, quindi seguono In guardia e Moschettiere in cantina .

In questi anni Vinea raggiunge grande successo commerciale e l’agiatezza economica ; le sue opere sono contese dai ricchi mercanti stranieri, specialmente di Parigi, Londra e Berlino; anche la Galleria Pisani di Firenze tratta la sua produzione.

Affronta pure altre tematiche, dell’antica Roma (Cleopatra , L’altalena ), scene di genere, di nudo (Dopo il bagno , Giovinetta ), composizioni vagamente simboliste, e ritratti ( Giuseppe Verdi ).

In parallelo prosegue la sua ricerca più personale, nell’ambito della pittura del vero, offrendo un contributo di freschezza e di maestria. Talvolta si tratta di tele, talaltra di piccole tavolette, colme di luce e preziose nelle colorazioni, con quel segnare guizzante, inconfondibile e finissimo, che fa pensare , negli esiti più felici, al miglior Signorini, a De Nittis od a certo Boldini .

Di frequente, l’estate, si reca a Lerici a dipingere tavolette sul vero per sè e per gli amici.

Nel 1872 è in contatto con De Nittis, il quale in una lettera a Signorini scrive di far conoscere l’Artista al fratello. Nel 1883 lo troviamo a Parigi assieme ad Andreotti, Lessi, Boldini, De Tivoli ; qui incontra Signorini .

Non ci è nota alcuna immagine, purtroppo, de Il temporale , giudicato da Rosadi (1905) un capolavoro da specialista del paesaggio ; e neppure di Colpo di vento , premiato con medaglia d’oro all’Esposizione Internazionale di Monaco.

Dipinti realizzati per decorare le sale del Circolo Artistico di Firenze, nato nel 1876 e di cui Vinea fu per un certo periodo presidente, ricchi di grazia ed eleganza, furono La danza ed Il pagliaccetto : il primo raffigurante due dolci fanciulle, di cui una contadina e l’altra cittadina ; il secondo, un giovane clown sorridente e festoso .

All’Esposizione di Monaco del 1879, espone Dopo il bagno – accanto a Bianca Cappello di Ussi ed a Tentazioni di Sant’Antonio di Morelli – unica opera italiana premiata .

Nel 1896-1897, alla “Festa dell’Arte e dei Fiori” di Firenze, espone Quis fortior? .

Fu insegnante all’Accademia di Firenze.

Muore a Firenze il 22 ottobre 1902.

Un suo Autoritratto è conservato presso la Galleria d’Arte Moderna di Firenze, mentre altre opere si trovano presso la Galleria d’Arte Moderna di Milano.

Galantuomo, fuggì il clamore e gli onori, lavorando indefessamente, soddisfatto della sua arte e delle tante amicizie che aveva tra gli ammiratori. Non molto apprezzato dai macchiaioli, attirò tuttavia l’attenzione di alcuni critici. Nel 1870 Nino Costa lo cita come esponente di spicco del gruppo fiorentino, e Martelli così ne scrive nel 1896, sul ” Corriere Italiano ” : “uno studio dal vero – un pagliaio giallo che nel fondo stacca sul cielo – è assai giusto di tono e dimostra che se il Vinea avesse potuto vivere in un elemento sano e non in mezzo a tutta quella canaglia di moschettieri che figliata dal Meissonier ha devastata l’arte di mezza Europa con le sue rapine ed i suoi stravizi, sarebbe stato un artista la cui visione era buona e la mano sicura “.

Artista dalla aristocratica impronta e raffinata eleganza, fu il primo ad introdurre in Firenze l’uso di addobbare lo studio con arazzi, tappetti, pellicce, mobili antichi, bronzi, armi, strumenti e vasellami, di finissimo gusto, resi mirabilmente nei suoi dipinti.

Federico Andreaotti (Firenze 1847 – 1930)

Nasce a Firenze il 6 marzo 1847, dimostrando sin da piccolo attitudine per gli studi artistici. Iniziato all’arte da Angiolo Tricca, quindi da Stefano Ussi, dal 1861 risulta iscritto alla R. Accademia di Firenze.

Nel 1863, a soli sedici anni, vince un concorso bandito dalla stessa Accademia, acquisendo il titolo di professore. In seguito riceve l’incarico dal re per l’esecuzione del dipinto Savonarola che scaccia i sicari della Bentivoglio , ispirandosi alle “Cronache ” del Villani ; l’opera viene esposta presso la Regia Accademia nel 1867, e commentata da Signorini sul ” Gazzettino delle Arti del Disegno ” evidenziando l’influenza del maestro Ussi sul giovane allievo, i difetti tipici dell’insegnamento scolastico, ma pure ” il germe di buone qualità ” , e ancora scrivendo : “Andreotti ricerca [….] con affettazione di maestria l’evidenza del chiaroscuro e non l’ottiene ancora. Se si osserva il suo lavoro in alcune parti, si può trovare la finestra che illumina la cella come sia un discreto studio dal vero, ma il restante è peso di colore e faticosamente dipinto”. Infine conclude consigliando al giovane ” una maggiore evidenza di chiaroscuro ed un raziocinio maggiore nei rapporti di colore “.

Un suo studio di soggetto storico, riferibile a questo periodo, conservato alla Galleria d’Arte Moderna di Firenze, risente dell’impostazione macchiaiola.

In questo periodo iniziale, l’Artista si dedica tuttavia prevalentemente a decorazioni a tempera ed affresco, a Firenze, Roma, ed in altre città d’Italia, per poi affrontare , in seguito, soprattutto dipinti di genere con temi ispirati alla vita del Seicento e Settecento.

A Firenze, dal 1870 ha lo studio in Piazza Donatello, negli stabili costruiti da un gruppo di artisti tra cui Vinea, Tito Conti, il Costa livornese, Gordigiani, Folli ed altri. Insieme a questi è tra i frequentatori, a partire dal 1876, del Circolo Artistico di Firenze, luogo di incontri e di passatempi, ma anche di esposizioni e conferenze. Dal 1879 è insegnante nel Collegio Accademico di Firenze.

Le sue scene di genere, ricercate particolarmente dai mercanti americani, gli ottengono il successo internazionale : La taverna, L’amico della casa e Paggio con cane , sono da lui venduti a Parigi nel 1877 ; Una lezione di musica , molti anni dopo è venduta a Londra.

Contemporaneamente, come accadde anche per Vinea e Tito Conti, artisti con cui presenta analogie, esegue studi sul vero, spesso piccole tavolette (cm. 9,5 x 15 è il formato più frequente), di straordinaria freschezza e finezza , con risultati di impostazione postmacchiaiola che si avvicinano a certi esiti di Signorini.

Non partecipa alle esposizioni fiorentine, se non in età molto avanzata ; lo troviamo invece presente alla Esposizione Nazionale di Milano del 1881, con Fumi passeggeri-genere , quindi nel 1886 alla Esposizione di Livorno con Studio dal vero e a Londra, presso la Royal Academy, dal 1879 al 1883.

Nel 1882 è tra gli illustratori di “Pesce d’aprile “, un divertente opuscolo edito dal Circolo, al quale collaborano con scritti e disegni anche Martinelli, Fucini, Faldi, Yorick, Vinea, Gioli, Collodi, Marradi, Hollaender e Cecconi. Illustra per Fucini ” Dolci ricordi ” delle Veglie di Neri, edito nel 1890. Nel 1902 eseguirà un saldo ritratto all’amico scrittore.

Nel 1883 è a Parigi assieme a Vinea , ove incontra Signorini, Lessi, Boldini, De Tivoli, Pittara.

Nel 1896 , in una lettera di Fattori a Martelli ,è citato in cura di salute a Livorno.

Muore a Firenze il 30 ottobre 1930.

Un suo autoritratto fu acquistato dalla Direzione delle Gallerie di Firenze, ove sono conservate altre sue opere.

Artista taciturno e solitario, conosceva i segreti dell’arte più raffinata e le più sottili astuzie del mestiere, passando con la massima indifferenza dal dipinto importante alla decorazione di una parete .

Le sue indubbie, notevolissime doti nel rendere le luci e le trasparenze del paesaggio, nel suggerire l’animazione delle figure con caratteristici, guizzanti tocchi di pennello, non risultano di facile lettura nella loro peculiarità, tra il sovrabbondare della produzione di genere , spesso condizionata dalle regole del mercato.

Giovanni Muzzioli (Modena 1854 – 1894)

Nasce a Modena il 10 febbraio 1854 da Andrea Muzzioli e Marianna Gilioli, famiglia originaria di Castelvetro.

Nel 1867-1868, il giovane segue le scuole tecniche della città entrando poi , lo stesso anno, all’Accademia di Belle Arti, da lui frequentata sino al 1872, in cui insegnano Luigi Asioli , Antonio Simonazzi e Mario Di Scovolo, quest’ultimo, pittore lombardo che introduce lo studio del paesaggio quale aggiornamento di schemi ormai superati.

Lo stesso anno Muzzioli dipinge una delle sue prime opere Ultimo servigio militare ; con il dipinto Torquato Tasso nell’Ospedale di Sant’Anna , risulta primo vincitore del Concorso Poletti, che prevede il mantenimento durante quattro anni di pensionato nei maggiori centri accademici del tempo, con l’impegno di far pervenire a Modena ogni anno un saggio.

Dal 1873, l’Artista risulta pensionato a Roma presso l’Accademia di S. Luca, ove ha quale insegnante Francesco Podesti, a cui lo raccomanda il maestro ed amico Adeodato Malatesta.

Il primo saggio che elabora è La giustizia, copia dal Raffaello della Sala di Costantino in Vaticano. Sempre nell’anno esegue anche il realistico Ritratto di anziana signora, ora conservato presso il Museo Civico di Modena, in cui esprime una già sicura ed anche meticolosa attenzione al vero.

Nel 1874 a Roma, il giovane passa sotto l’insegnamento di Francesco Coghetti ; all’inizio dell’anno successivo porta a termine il secondo saggio Abramo e Sara nella reggia dei Faraoni; il critico Tosi Bellucci in una recensione dell’opera su “Il Panaro” (1875), ne apprezza l’equilibrio, distante tanto dal convenzionalismo accademico quanto dalle esagerazioni “del moderno verismo”. Lo stesso anno l’Artista dipinge Il transito di San Giuseppe per la famiglia Della Valle di Modena .

La frequentazione delle tematiche sacre non sarà in seguito mai abbandonata dall’Artista, particolarmente in opere di piccolo formato e nelle decorazioni.

Dopo tre anni di permanenza a Roma, nel quarto, quale altra sede di Accademia prestigiosa , come da regolamento, Muzzioli sceglie Firenze, ove si reca stabilendovisi, nel 1876 ; qui dipinge ed espone, come terzo saggio del pensionato, Poppea che fa portare davanti a sè la testa di Ottavia , suscitando accese polemiche a Firenze, ove l’opera è apprezzata tra gli altri, da Signorini Gordigiani, Vinea, Ussi , T. Conti, permettendogli dunque di entrare in contatto con i principali artisti dell’ambiente fiorentino, in seguito frequentati al Circolo Artistico , di cui Muzzioli sarà anche presidente negli anni Ottanta.

L’opera viene quindi esposta a Modena dove, pur molto apprezzata, è soggetta a qualche critica per la l’assenza di dramma e la mancata evidenziazione dei grandi personaggi quali Nerone. In realtà, nel dipinto di Muzzioli manca ogni traccia di azione drammatica, così come suggerisce l’impostazione accademica; si svolge bensì una commedia tra più presenze, solo in apparenza lontane nel tempo, composte per atteggiamenti quotidiani in ambienti resi con con ricchezza descrittiva , sentimento del vero, senso luminoso e freschezza di colore.

In seguito al successo dell’opera su Poppea, Muzzioli nel 1877 è nominato professore onorario dell’Accademia di Modena, quindi di Firenze.

Inizia ad essere presente in publiche esposizioni. Nel 1877 invia alla Nazionale di Napoli, ove sono presenti anche Borrani, Fattori, Signorini, Bruzzi, Cabianca, Ferroni, Gordigiani, Tedesco e Moradei , Abramo e Sara nella Reggia dei faraoni e Poppea che fa portare davanti a sè la testa di Ottavia. Nel maggio dello stesso anno, invia a Modena il quarto saggio, Copia de “L’uomo dal guanto ” di Tiziano .

Nel 1878 partecipa all’Esposizione Universale di Parigi , ove ha modo di studiare le opere di Alma Tadema. Lo stesso anno esegue il superbo Ritratto di anziana signora , datato 1878, ora presso il Museo Civico di Modena, in cui si fondono mirabilmente introspezione psicologica, acuta analisi del dettaglio e finezze coloristiche.

Nel 1878-1879, l’Artista partecipa all’Esposizione della Società d’Incoraggiamento di Modena con il dipinto La danza fra le spade , acquistato dalla stessa Società ; quindi, nel 1880, all’Esposizione Nazionale di Torino, con Maria Maddalena , che riscuote notevole successo.

Di questo periodo è l’inizio della corrispondenza, che si protrarrà per circa dieci anni in intenso rapporto umano e culturale, di Muzzioli con lo storico dell’arte, amico e concittadino Adolfo Venturi, ammiratore dell’Artista , che dal 1878 è ispettore della Galleria Estense.

E’ del 1880 il numero unico del giornale “Mutina – Mutina “, illustrato da disegni di Muzzioli, Fattori, Signorini, Lega, Barabino, Bruzzi ed Hollaender, tutti pittori toscani, o residenti a Firenze come Bruzzi e Lega, con cui l’Artista era in amicizia. Signorini, ricordando Silvestro Lega( “Per Silvestro Lega”, 1896) scriverà :” E noi amici di Silvestro Lega [….] si riuscì, in questi ultimi tempi, ad averlo commensale nostro alla trattoria della Sora Zaira in Parione, con Niccolò Barabino e Giovanni Fattori, con Giovanni Muzzioli e Enrico Pestellini, con Evaristo Panducci e Alfonso Hollaender, con Eugenio Gairoard e Emilio Lapi e con tanti altri”. E l’amico Venturi, ricordando quei tempi, scrive su “Natura ed Arte” (1894) : ” Muzzioli guardava alle varie scuole artistiche fiorentine , e non si schierava da parte alcuna : discuteva senz’ira , anzi sopiva le ire degli altri, e mirava in alto. Ricordo che intorno a lui, nelle cantine fiorentine, sedevano a tavola Barabino e Fattori, Signorini e Lega ; e tutti lo amavano ; tutti , anche di tendenze diverse, ascoltavano il suo giudizio sempre mite, il suo consiglio modesto e buono. “.

Dunque anche Muzzioli partecipa di quel clima artistico, tra i più avanzati del tempo e , in parallelo ai temi ufficiali della storia antica , è attratto dalla freschezza della ricerca sul vero già in precedenza da lui praticata, particolarmente nei ritratti. Databile allo scorcio degli anni Settanta, è Piccolo soldato, conservato alla Galleria d’Arte Moderna di Torino ; segue quindi una produzione di paesaggi animati o di figure, in piena concordanza di esiti con la più affinata produzione toscana che, per taglio compositivo, finezza e freschezza di tocco, scansioni di luci e colori, si pone tra Vinea, Adofo Tommasi e Signorini.

L’Artista inizia ad esporre nel 1881, a Milano e presso la Società d’Incoraggiamento di Firenze; qui presenta A mezzogiorno , Nell’aja e Paesaggio ; lo stesso anno alla Esposizione Nazionale di Milano espone Rito funebre in Grecia e Al tempio di Bacco . Nel 1882 è di nuovo presente sia a Firenze, con quattro opere : Paesaggio , Ore calde , La casa colonica , Fiori di campo, sia a Brera, con L’offerta agli Dei Lari . Alla Società d’Incoraggiamento di Modena, presenta il Ritratto di Giuliano Giovannardi .

In questo periodo a Firenze l’Artista raggiunge il pieno successo ed è particolarmente preso da impegni; riceve molte committenze, è presidente del Circolo Artistico ove espone; è anche consigliere della Società Promotrice di Belle Arti.

Nel 1884 è di nuovo presente alla Società d’Incoraggiamento di Firenze, con Vita tranquilla , ed alla Esposizione Generale di Torino, con L’offerta nuziale, acquistato dal Municipio di Trieste per la somma di £ 4.000. Trascorre parte dell’estate a Modena con la famiglia ; qui partecipa con due suoi ritratti, all’Esposizione della Società d’Incoraggiamento.

L’anno seguente a Firenze espone Al pozzo e, nel 1886, Pomeriggio. In questo stesso anno è presente alla Prima Esposizione di Livorno assieme ai giovani toscani, con La colta delle olive ; ed alla Esposizione di Milano, con Baccanale , che verrà acquistato dell’editore Sonzogno.

Dal 1887 non lo troviamo più presente alle esposizioni della Società d’Incoraggiamento di Firenze ; in questo anno partecipa alla Esposizione Nazionale di Venezia con Sole di settembre , superba composizione, colma d’aria e di luce, in tutto degna della miglior produzione toscana dell’epoca . L’anno successivo, a Bologna, presenta I funerali di Britannico , di cui la stampa nazionale parla diffusamente, commentato con favore da Matilde Serao su “Il Corriere di Napoli “.

Nel 1889 partecipa alla Esposizione Universale di Parigi con Il Baccanale , conseguendo un riconoscimento ufficiale assieme a Signorini, Simi, Panerai ed Adolfo Tommasi.

Lavora per il mercante Pisani di Firenze, che gli richiede una produzione storica di genere, e per il quale realizza Le feste di Flora .

Nel 1891, alla morte dell’amico Barabino , viene convocato a Genova per redigere l’inventario delle opere dell’artista.

Diviene poi membro, nel 1894, della commissione per gli acquisti, per conto della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, all’Esposizione di Milano del 1894. Esegue Idillio , acquistato dal collezionista Pietro Foresti di Carpi.

Rientra a Modena in maggio, sofferente di nefrite e diabete, ove muore di tubercolosi intestinale il 5 agosto del 1894, celebrato dalla sua città con grandi manifestazioni di stima, anche da parte di molti esponenti della cultura artistica nazionale.

L’anno successivo, la sua opera Idillio, viene esposta alla Prima Biennale di Venezia.

Artista complesso, colto e gentile d’animo, riscosse grande successo in vita . Praticamente ignorato dalla critica nel nostro secolo, riveste un ruolo significativo , sia per la sua produzione più tipica a tema storico di genere, interpretata con accezione verista, alla Morelli , in cui la componente storico-mitologica si alleggerisce nella suggestione di ambientazioni e luci di classicità realista alla Alma Tadema , sia per i ritratti, resi con particolare efficacia, ed anche per quella pittura di paesaggio e di figura che egli elabora a Firenze, a partire dal 1876, in stretto contatto con la più avanzata ricerca toscana, di cui esprime la cultura.

Nei primi anni Ottanta, questa sua produzione è realizzata con particolare finezza esecutiva, impostata sulla ricerca luministica, magistrale nella resa di ombre, mezze tinte e luce viva, vibrante per intensità cromatica.

Intorno al Novanta, l’Artista acquista un fare più sintetico, forte ed abbreviato, in modi stilistici via via aggiornati sulle ricerche coeve.

Sue opere sono conservate a Modena, presso il Museo Civico, presso le Gallerie d’Arte Moderna di Torino, Firenze, Milano, Roma, e particolarmente in raccolte private.

 

Vittorio Matteo Corcos (Livorno 1859 – Firenze 1933)

Nasce a Livorno il 4 ottobre 1859, da Isach e Giuditta Baquis.

L’attitudine che dimostra sin da piccolo, convince i familiari a fargli frequentare un corso regolare di pittura ed è mandato alla scuola del Pollastrini, secondo alcune fonti a Pisa, secondo altre a Firenze. L’insegnamento accademico e pedante di questi, induce tuttavia il giovane a recarsi a Napoli alla scuola del Morelli, il cui magistero , a quanto si diceva, era libero da convenzionalismi e retorica, improntato da suggestioni letterarie.

Con l’aiuto di una modesta borsa di studio del Comune di Livorno, nell’apprensione dei familiari, il giovane sedicenne si reca a Napoli – doveva essere il 1875 – ove rimane per circa due anni, apprezzato dal maestro . Risalgono a questo periodo Arabo in preghiera, acquistato dal Re ed ora conservato al Museo di Capodimonte, ed Il boia, figura in grandezza naturale ispirata alla pittura napoletana del Seicento.

Verso il 1880, su suggerimento del Morelli, Corcos si trasferisce a Parigi. Dopo un periodo di iniziali difficoltà nella ricerca di lavori per mantenersi, durante il quale si adatta a fare il copiatore di musica ed il pittore di ventagli e tamburelli, conosce un gruppo di giovani scapigliati, artisti e bohémiens ; ha contatti con Bonnat, ricercatissimo ritrattista dell’alta borghesia parigina, di cui frequenta lo studio, entrando poi in rapporti con il famoso mercante Goupil, a cui si lega con un contratto che rimarrà valido anche dopo il rientro in Italia, divenendo uno dei suoi artisti preferiti : è il grande successo.

Nel clima parigino, Corcos si evolve verso una pittura sempre più raffinata ; le sue eleganti figure di donna incontrano il favore del pubblico . Al Salon del 1881, la sua opera A la brassérie, ottiene grande successo, poi riottenuto al Salon del 1882, con Rêverie, Lune de miel, L’anniversaire,ed a quello del 1885, con Ritratto di donna . Altre opere di questo periodo sono : Les deux Colombes , Courses et Longchamps , Mademoiselle Leprince , Une rupture, L’amatore di stampe. L’opera Misère en Ville è premiata al Salon ed attira l’attenzione di Edmond De Goncourt, del quale l’Artista diviene amico, che lo introduce nei salotti letterari parigini dove ha modo di conoscere pittori e letterati quali De Nittis, Zola, Daudet, Flobert e Gavarni .

Si reca quindi a Londra ed Edimburgo ove riceve importanti commissioni da collezionisti .

L’obbligo del servizio militare lo induce a rientrare, nel 1886, a Livorno ove, lo stesso anno, è presente alla Prima Esposizione di Belle Arti, con Studio di testa e Propos de Plage , partecipando anche quale membro della giuria.

Ultimato il servizio militare, dopo essersi convertito dalla religione ebraica al cattolicesimo sposa una vedova livornese, Emma Ciabatti, madre di tre ragazzi, con cui si stabilisce definitivamente a Firenze, in un appartamento nella casa dei Gioli.

Sono frequenti i viaggi dell’Artista a Parigi presso Goupil, i cui compensi gli permettono di mantenere la numerosa famiglia ed i genitori.

E’ anche abile illustratore ; esegue i disegni per “Fiorella”, nelle “Veglie di Neri” di Fucini, edito nel 1890.

Scaduto il contratto con il mercante francese, sullo scorcio del secolo ha inizio per Corcos un’intensa attività di ritrattista su commissione, molto richiesta, secondo la moda creata dall’americano Sargent.

La sua prima presenza a Firenze in pubbliche esposizioni, è del 1896-1897, alla “Festa dell’Arte e dei Fiori “, ove espone Sogni, ora conservato alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, e che suscita vivaci polemiche per l’atteggiamento troppo disinvolto della modella.

Di intelligenza vivace e scrittore piacevolissimo, sempre allegro e spiritoso, riscuote generale stima ed affetto. Nel 1901 pubblica un libro di novelle da lui anche illustrato, “Mademoiselle Leprince ” ; scrive su “Il Marzocco” ed altre riviste, in difesa dell’arte e degli artisti .

La sua casa di Firenze è frequentata da numerosi pittori tra cui Signorini, Fattori, Lega, Cecconi, Gioli, Gordigiani, Ulvi Liegi, i Tommasi, Panerai, oltre che letterati ed amici , suoi e della moglie Emma, legata da amicizia con D’Annunzio, Pascoli, Carducci e Fucini.

Viene spesso invitato presso le corti europee ad eseguire ritratti ; nel 1904, a Postdam ritrae Guglielmo II , l’imperatrice e numerose personalità dell’alta società tedesca. Poco tempo dopo si reca in Portogallo ove esegue i ritratti a re Carlos ed alla regina Amalia.

Sempre nel 1904, organizza la prima mostra postuma di Signorini presso la Società Leonardo da Vinci di Firenze, commemorando l’artista con abilità dialettica ; particolare successo ha un ciclo di conferenze da lui tenuto in diverse città italiane, sulle sue memorie di ritrattista.

Nel 1913 l’Artista dona agli Uffizi il proprio autoritratto.

L’ultima attività di Corcos si svolge nell’ambito della ritrattistica ufficiale, riprendendo personaggi celebri tra cui Carducci, Mussolini, l’editore Barbera, E. Treves, G. Puccini, P. Mascagni, Yorick, la Contessa Frassinetto, la Contessa Volpi di Misurata e la Principessa di Piemonte .

Muore a Firenze l’ 8 novembre 1933.

Le sue opere sono nella quasi totalità conservate in raccolte private, o disperse.

Il suo linguaggio, pur profondamente innestato nel clima e nell’ambiente artistico italiani, ha un preciso ruolo nella diffusione di modi vagamente impressionistici, tra De Nittis e Boldini, impostati sulla ricerca luministica e su sintetiche abbreviazioni del segno , tuttavia conservando il senso plastico dell’immagine, in analogia, pur nel maggior estro, con certe tavolette di Vinea, Andreotti, Tito Conti ed altri artisti toscani che, come Corcos, furono legati al mercante Goupil .

La sua ritrattistica alla moda negli anni a cavallo tra i due secoli, è espressione del gusto e delle preferenze di tutto l’ ambiente sociale di clima umbertino e dannunziano, costituendo una vera e propria galleria che rispecchia l’epoca.

E là dove le sottili componenti intellettuali che improntano le sue composizioni di venature simboliste, estetismi dannunziani e certo spiritualismo di ascendenza preraffaellita, si fanno stile, superando la sapienza del mestiere, come in Sogni , L’Artista raggiunge esiti aggiornati sui modi internazionali, di inusuale eleganza e di finissimo gusto compositivo.

Egisto Ferroni (Lastra a Signa 1835 – Firenze 1912)

Nasce il 14 dicembre 1835 nella borgata di Porto di Mezzo.

Il padre, maestro scalpellino, lo coltiva all’amore per l’arte classica e lo invia ad Empoli a studiare disegno presso i maestri locali. Il giovane Egisto si iscrive poi all’Accademia di Firenze ove studia dal 1851 al 1857, frequentando in seguito gli studi di Pollastrini, di Ussi e quindi di Antonio Ciseri. Mal adattandosi agli insegnamenti accademici, rientra alla casa paterna a Signa.

In breve tempo, senza passaggi bruschi e reazioni esasperate, ma gradualmente, si avvicina alla pittura realistica. Le sue prime opere documentate sono due potenti ritratti La fidanzata del pittore , eseguito nel 1858 e Il nonno Bista, del 1860 (1939, Somaré, TAVV. 1,2) che già esprimono originalità di osservazione elaborata sul vero e non comuni capacità introspettive di ritrattista.

Si sposa nel 1860, continuando a risiedere nella casa paterna.

Il suo primo incarico ufficiale, per il Comune di Lastra a Signa, è l’opera L’incontro di Carlo VIII con gli ambasciatori fiorentini a Ponte a Signa, eseguito nel 1861-1862. Nel 1862 esordisce alla Promotrice di Firenze con Un saltimbanco e quindi, anno per anno, nel 1863 presenta Un episodio dell’Amore ; nel 1864, alla Nuova Promotrice, Ramengo da Casale a Rosalia ; nel 1865, per il Centenario di Dante, Dante giovanetto… ; nel 1866 di nuovo Un saltimbanco ; nel 1867 : Il ritorno dal mercato, Un saltimbanco, Il ritorno dal bosco ; nel 1868 Le Trecciaiole.

Lavora molto per il mercante fiorentino Luigi Pisani per cui elabora piccoli dipinti di soggetto settecentesco , che attraverso il mercante Goupil venivano assorbiti dal mercato estero.

Pur non partecipando all’elaborazione iniziale delle nuove teorie sulla “macchia” ed agli incontri storici presso il Caffé Michelangiolo fu, dall’inizio degli anni Sessanta, tra gli artisti più apprezzati dai critici innovatori.

Ne La visita, databile al 1863, ora conservato alla Galleria d’Arte Moderna di Firenze, protagonisti in una quotidianità permeata di arcana dolcezza sono gli stessi personaggi borghesi che anche Lega e Borrani ritraggono, in quegli anni se non dopo, a Piagentina, in affinità spirituali e stilistiche.

In seguito le sue opere, realizzate con particolare ” giustezza di rapporti ” , come scrive Martelli, prevalentemente orientate su temi agresti, privilegeranno composizioni di ampie dimensioni, ove campeggia la figura umana, ricollegandosi idealmente con la classica tradizione figurativa toscana. Le Trecciaiole, opera conosciuta quantomeno in due versioni, di cui una datata 1867, esposta a Firenze nel 1868 , fu molto apprezzata da Cecioni e da Signorini, quasi quale simbolo delle nuove tematiche, con quelle figure di umili popolane raffigurate a grandezza naturale ed incombenti, in un ruolo riservato sino ad allora solo ai grandi personaggi della storia patria.

Nel 1871 , sposandosi il fratello, l’Artista è costretto a trasferirsi con la numerosa famiglia (un sesto figlio gli nascerà nel 1876) a Ponte di Signa, ove seguiterà ad avere lo studio nell’abitazione, in stretto contatto con i familiari, partecipando ad ogni evento , anche in rapporti con la gente del paese, operai e popolane, che posavano per i suoi dipinti. Erano frequenti le visite degli amici artisti , Muzzioli , Moradei, Cecioni, Francesco e Matilde Gioli, Cannicci, Fattori, Borrani, Martelli, ma soprattutto Signorini che, come di casa, si dilungava in animate discussioni sull’arte frugando tra le tele dell’amico.

Nel 1874, unitamente a Sorbi e Cannicci, l’Artista fa parte del Consiglio d’Arte della Promotrice fiorentina. L’anno successivo si reca a Parigi assieme a Fattori, Cannicci e Francesco Gioli, per visitare l’Esposizione, ove presenta L’amore nei campi, attratto, come gli amici, non tanto dall’Impressionismo,quanto piuttosto dalla Scuola di Barbizon e dal naturalismo umanitario dei Bréton e Bastien-Lepage . E’ poi presente nel 1877 alla Esposizione Nazionale di Napoli assieme a Fattori, Bruzzi , Francesco Gioli e Testi, ove presenta Il ritorno dal bosco ed Un tosatore di pecore. Nel 1878 è di nuovo a Parigi all’Esposizione Universale con, Le rive dell’Arno a Signa e Il ritorno dal bosco, opere molto apprezzate da Martelli; quindi alla Nazionale di Torino del 1880, con Alla fontana, esposto lo stesso anno anche a Firenze, ora conservato alla Galleria d’Arte Moderna della città, opera apprezzatissima da F. Filippi (1880) che ne scrisse : ” il senso della verità s’impadronisce talmente dello spettatore che pare di assistere ad una scena di persone vive […] Tutta la scena è di una verità da sbalordire”.

Nel 1883 Ferroni partecipa all’Esposizione di Belle Arti di Roma assieme a F. Gioli, Fattori ed altri artisti , con il Merciaio ambulante e La domenica ; alla Nazionale di Torino del 1884, presenta Torna il babbo ; quindi, l’anno successivo, espone alla Internazionale di Anversa assieme a De Nittis, Cannicci, Angiolo Tommasi, Guglielmo Ciardi.

In questi anni trascura le partecipazioni alle Esposizioni di Firenze ove si presenta saltuariamente nel 1880, 1884, 1885, 1890-1891.

Fu membro della Società delle Belle Arti, Accademico d’Onore dell’Accademia Fiorentina del disegno dal 1882; dal 1884, Accademico d’Onore dell’Accademia di Bologna; dal 1894, dell’Accademia di Milano.

Il decennio 1881-1891 fu forse il più fecondo della sua esistenza.

Nel 1881 esegue Ai campi, ora conservato alla Galleria d’Arte Moderna di Firenze, che offre un’immagine idillico della vita campestre. Tra il 1878 ed il 1884 il Conte di Frassineto gli commissiona quattordici opere tra cui : Verso l’ovile, La barca, Il carro, La caccia e La pesca. Del 1883 sono: Il boscaiolo, conservato alla Galleria d’Arte Moderna di Firenze ed Il merciaio ambulante, a Palermo presso la Galleria d’Arte Moderna.

In questo periodo affitta uno studio in viale Milton a Firenze, ove insegna privatamente, dapprima assieme ad Adolfo Tommasi.

Negli anni seguenti problemi di famiglia e di salute gli creano crisi di sconforto, distogliendolo dalla pittura. La sua presenza alle mostre si fa saltuaria , esponendo soprattutto opere eseguite negli anni precedenti. Nel 1897 è presente alla Biennale di Venezia con Amori santi.

Inizia a collaborare come ideatore di decorazioni, talvolta anche eseguendole direttamente, presso la ceramica Bellariva di proprietà del figlio Augusto. Lavora anche ai bassorilievi per il piroscafo Vittorio Emanuele.

E’ poi ancora presente ad esposizioni nel 1906, nel 1908, e nel 1909, alla Società delle Belle Arti di Firenze; in quest’ultomo anno presenta Un bagno in Arno , Fatica e buonumore .

Vive fino all’ultimo cercando conforto nell’arte e nella famiglia ai malanni della vecchiaia. Si spegne a Firenze il 25 maggio 1912 , nella casa del figlio Arrigo, tra l’affetto dei suoi cari.

Artista apprezzatissimo dalla critica più illuminata del tempo, la sua opera ha via via subito ridimensionamenti critici, per supposte insistenze descrittive e tendenze moraleggianti, in scene che parevano rasentare il genere. Le sue composizioni agresti e , più raramente, di soggetto borghese, se attentamente inquadrate, appaiono invece snodo fondamentale per la pittura toscana nella svolta dalla “macchia” storica alle cadenze naturalistiche di respiro internazionale che da Piagentina in poi influenzeranno la giovane generazione.

Fu artista che privilegiò le grandi composizioni dalle figure incombenti, ma non trascurò gli studi impressionistici,anche solo di paesaggio, ove il disegno sapiente cede il posto alla freschezza e scioltezza di tocco.

Somarè (1944) bene lo definisce ” prosatore dei giorni e delle opere del suo bel contado toscano, prosatore largo e robusto, che nel lento giro dei suoi lunghi periodi circoscrisse gli spazi e le figure campestri dei suoi soggetti rappresentativi della loro vita locale e della sua paziente osservazione solitaria. “.